La porta della frontiera

Copertina La porta della frontiera

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Trama:

In una ipotetica società del futuro, conservatrice e ultra religiosa, il governo ha stabilito che ai nascituri venga impiantato un dispositivo chiamato “porta” attraverso il quale si può avere accesso ai ricordi e ai pensieri dell’individuo, annullando di fatto la sua privacy. Berta, una ragazza diligente e di animo puro, si scontra con l’ossessione per il controllo che imperversa nel mondo. A seguito di una traumatica scansione che metterà a nudo la sua sfera più intima, la ragazza si farà chiudere la porta chirurgicamente, per sempre, nonostante la scelta comporti l’esclusione dalle università e dalle aziende pubbliche. Dovrà quindi accontentarsi di un lavoro alienante e poco gratificante in una cittadina grigia, lontano da casa. Lì incontrerà Derek, un ragazzo pieno di segreti che le farà perdere la testa per poi sparire nel nulla. Riuscirà Berta a ritrovare il suo amore e a dare un senso al mistero della coscienza umana?

Pillola del giorno dopo

Greta stava con Manuel da dieci anni.

Stava per prendere la pillola del giorno dopo ma lui non lo sapeva. Avevano sempre usato il preservativo, lui diceva che preferiva quel piccolo sacrificio all’idea che lei assumesse robaccia chimica. Poche ore prima però il preservativo si era sfilato. Lui aveva detto che se era destino che dovesse nascere un bambino allora bene così, in fondo stavano insieme da dieci anni e convivevano da quattro. Greta non era dello stesso avviso ma aveva preferito non discutere sul momento, era stanca e non aveva abbastanza energie per parlare di un argomento così delicato.

Parte di lei desiderava che Manuel fosse lì, ma in fondo lo considerava inadeguato. Inadeguato come tutte le persone che smettiamo di guardare come quando ci hanno fatto innamorare ma a cui teniamo ancora, anche se non più come prima.

Ingoiò quella pillola senza leggere il foglietto illustrativo, buttandola giù con la stessa semplicità con cui tre anni prima aveva buttato giù la notizia del tradimento di lui.

Ingoiò la pillola come ingoiò l’immagine di Manuel con un’altra donna, eliminando di fatto la possibilità di un figlio come quella volta eliminò l’opportunità di avere l’amore che voleva accettando quello che le era capitato.

Non aveva mai desiderato di diventare madre ma non l’aveva neanche escluso a priori. C’erano momenti in cui immaginava addirittura quanto sarebbe stato bello dedicarsi al suo uomo e ad un figlio a tempo pieno, senza buttare energie per quel lavoro che comunque non le dava abbastanza soldi. Ma Greta era una donna libera e sapeva che quei quattro soldi che portava a casa erano la sua autorizzazione ad andar via qualora avesse voluto. L’aveva imparato dall’esempio di sua madre che era rimasta tutta la vita accanto all’ uomo che non amava ma che portava i soldi a casa per lei e per i suoi figli.

E perché quel tradimento di tre anni prima le era venuto in mente proprio in quel momento? Forse perché nonostante l’idea di un figlio non fosse qualcosa a cui aveva rinunciato non lo voleva di certo con un uomo di cui non si fidava. Perché sì, dopo quell’episodio di tre anni prima le cose erano cambiate e lei non se n’era mai resa conto davvero come in quel momento.

E non è che un tradimento non si possa perdonare, ma quel tradimento proprio no, non riusciva a passarci sopra. Come gliel’avrebbe spiegato? Poteva mai lasciare un uomo a causa di un qualcosa che era accaduto tre anni prima?

Sarebbe stato più facile dirgli che non l’amava più, anche se non sapeva se fosse del tutto vero?

Quanto è alto il prezzo da pagare per questi momenti rivelatori che ci svelano cose che non volevamo neanche sapere?

Greta l’avrebbe scoperto presto, quella sera stessa quando avrebbe guardato Manuel negli occhi e, in uno slancio d’amore verso se stessa, gli avrebbe detto che non lo amava più.

Perché ne vale la pena

“Nonna, cosa sono i legami?”

“I legami sono dei lacci invisibili che collegano le persone”

“Tutte le persone?”

“No, solo alcune.”

“I legami sono tutti uguali?”

“No. A volte il laccio è sottile e fragile come un capello, altre volte è spesso e resistente come una corda”

“Come faccio a sapere se è spesso?”

“Se resiste al tempo.”

“Al tempo?”

“Sì. Non ci vuole per forza tanto tempo per formare un legame, ma una volta formato non si rompe più.”

“Quando si forma un legame solido?”

“Quando il filo invisibile che si crea tra due persone lascia un segno. Alcuni legami si aggrappano così forte al cuore che creano un solco e se tiri troppo forte il solco fa male”

E quanto tempo ci vuole per creare un solco?”

“A volte basta anche un istante. E non basta una vita a spezzarlo”

“Quindi un legame doppio non si spezza mai?”

“No”

“Neanche quando si litiga?”

“Neanche quando si litiga. Non si può decidere di tagliare un filo invisibile, si può solo far finta che non esista”.

“E come si sfugge ai legami allora?”

“Non si può. Tu puoi fuggire da te stesso?”

“No”

“Esatto. Il legame è aggrappato al tuo cuore e ogni volta che proverai a fuggire tirerà e ti farà male. E in quei momenti ti accorgerai che anche se stai facendo finta che non esista il legame è ancora lì”

“Perché fa male?”

“Perché il dolore è l’altra metà dell’amore”

“E perché amiamo se fa male?”

“È semplice tesoro. Perché ne vale la pena”.

Solo Una Favola

Adoravo vedere l’alba dallo scoglio grande.

Mi sdraiavo sulla pietra fresca che di lì a poche ore sarebbe diventata rovente e osservavo lo spettacolo della natura.Il mare calmo, una superficie levigata azzurra e rosa che luccicava verso il cielo e che mi faceva pensare alla pace.

Il lido dei ricchi era ancora deserto, si sarebbe presto riempito di gente e di voci e a me piaceva osservare da lontano i rituali dei turisti che si ripetevano ogni giorno da quelle parti. L’arrivo delle famiglie, i parei colorati e svolazzanti, gli uomini con le polo eleganti e le ciabatte rumorose, i bambini con i capelli sempre in ordine. Poi cominciavano a spalmarsi creme e cremine, si sdraiavano al sole e sorseggiavano bevande fresche e colorate. E io inventavo storie su di loro e sulle loro vite, mi divertivo a far volare l’immaginazione tra quegli sconosciuti tra un tuffo e l’altro, stuzzicata dal piacere del sole sulla mia pelle.

Poi, una mattina, incontrai Riccardo.

Era alto e atletico, con i capelli biondi e la pelle pallida cosparsa di crema. Era riuscito a salire sullo scoglio con l’intento di tuffarsi ma, una volta in posizione, aveva cominciato ad avere paura.

“Credi sia abbastanza profondo per tuffarsi senza farsi male?” Mi chiese con un filo di voce.

“Certo, io mi ci tuffo sempre da qui”

“Mi fai vedere prima tu?”.

Lo osservai per alcuni secondi. Era sicuramente uno di quei ricchi che spesso guardavo da lontano. Sembrano sempre così sicuri nel loro ambiente, coi loro vestiti perfetti che indossano come divise, come se quelle stoffe definissero la loro identità. Sembrano invincibili quando stanno insieme, nel loro mondo, ma non appena ne escono sono come dei pesci fuor d’acqua, impacciati come se non conoscessero la vita. E invece la conoscono anche loro, solo che in certi ambienti gli insegnano a non darlo troppo a vedere. Le ferite, loro, le nascondono quasi sempre.

“Come ti chiami?”

“Riccardo”, disse tutto tremante. Adesso sentiva freddo e aveva la pelle d’oca.

“Allora Riccardo, ti faccio vedere”.

Mi alzai con agilità e mi tuffai in fondo al mare. Il mare era casa mia. Sapevo camminare sugli scogli senza farmi male, sapevo nuotare con le onde alte, facevo il bagno di notte senza avere paura.

Quando risalii in superficie mi accorsi che Riccardo non era più sullo scoglio ma accanto a me.

“Bravo! Ce l’hai fatta!”

“Mi hai dato coraggio tu”, disse sottovoce e mi prese per mano. Salimmo sullo scoglio insieme e ci stendemmo al sole.

“Se mia madre sa che sono qui con te mi ammazza”

“Perché mai?”

“Non posso parlare con i ragazzini che non sono del lido”

“Capisco, troppo poveri per voi”, dissi io sarcastica.

“Sì, ma io non la penso così. Sei fortissima tu, sembri un delfino quando nuoti”. Aveva un sorriso sincero e le guance rosse che si stavano abbrustolendo al sole.

“Grazie. E posso fare molto di più”

“Sì, magari un giorno ci possiamo incontrare qui di nuovo così mi fai vedere”

“Non hai amici qui?”

“Ci sono gli altri ragazzi del lido ma mi annoiano. I miei genitori mi portano qui tutti gli anni e, quando non mi vedono, scappo sempre su questo scoglio”

“Strano, non ti ho mai visto”

“Beh, questo è normale”.

Sorrise. Poi, il nulla.

Mi ritrovai su un letto d’ospedale. Quando mi svegliai fui accolta dalle grida di gioia dei miei genitori. Mi dissero che molti dei miei amici mi erano venuti a trovare mentre dormivo. Ero caduta dallo scoglio e stavo per annegare. Per fortuna, un pescatore mi aveva trovata e mi aveva portata al pronto soccorso.

“Cos’è questo?” Sul comodino dell’ospedale c’era un quadretto. Era un dipinto che ritraeva un ragazzino biondo vestito da marinaio.

“È un regalo del pescatore. È il ritratto di un ragazzino che veniva sempre qui in vacanza e che andava sempre sullo scoglio da cui sei caduta tu. Era il suo posto preferito in paese. Si chiamava Riccardo …”

“Riccardo?” Dissi mentre i ricordi della giornata sullo scoglio riaffioravano lentamente.

“Sì. È morto qualche anno fa cadendo dalla roccia. Si dice protegga chiunque si tuffi da lì. C’è chi giura di averlo visto, all’alba, come un fantasma che veglia sul mare. Ovviamente, è solo una favola”.

L’Altra

L’Altra è quella donna con cui ci confrontiamo fin da bambine.

Cresce con noi ma ha sempre una marcia in più. Ha sempre un voto in più a scuola, è sempre più bella, più educata, più ammirata di noi.

L’Altra è quella che ha tutti trenta all’università, che a lavoro conquista proprio quella promozione che volevamo noi.

L’Altra è quella che dà ai nostri partner quello di cui hanno bisogno quando noi non ci riusciamo, quella che la persona che amiamo guarda come vorremmo essere guardate noi, quella per cui veniamo tradite e a causa di cui ci sentiamo umiliate.

L’Altra a volte è persino nostra alleata, quando ci sentiamo forti e, osservandola, pensiamo di somigliarle.

L’Altra è la nostra peggior nemica quando ci sbatte in faccia i nostri difetti, i nostri fallimenti, quando ci passa davanti proprio mentre stiamo commettendo un errore e ce lo fa notare.

L’Altra ha il colore degli occhi che piace alla persona che amiamo, la fa ridere, la fa sognare più di noi. L’altra dà ai propri figli solo il meglio, l’Altra è elegante, impeccabile.

Ognuna di noi ha un’Altra con cui fare i conti. C’è un’Altra anche per quella che ci ha rubato l’amore, per il nostro capo, per quella donna bellissima che ci fa sentire così mediocri.

L’Altra esiste, ma c’è una cosa che spesso dimentichiamo. Anche noi siamo l’Altra per qualcuno, anche se non lo sappiamo.

Nella vita è tutta una questione di prospettive e la realtà cambia radicalmente a seconda del punto di vista da cui la si guarda.

Per questo, ogni volta che non ci amiamo abbastanza, che ci sembra di non essere all’altezza di qualcosa o di qualcuno, che ci sentiamo sole ricordiamoci bene una cosa.

In fondo, l’Altra, siamo noi.

Qualche riflessione su cibo, amore e femminilità:

“Sei troppo secca” …non so quante volte mi sono sentita dire questa frase da piccola. La prima lezione sull’essere donna la si impara in famiglia molto presto, quando diventa chiaro quanto Il corpo femminile sia una questione che riguarda tutti i membri di una comunità.

Ricordo che al mio corpo veniva rivolta un’attenzione morbosa. “È secca”, mi sentivo dire continuamente alle spalle dai miei familiari. Nelle conversazioni tra i miei genitori e i miei nonni le osservazioni sul mio fisico di bambina ricorrevano più di quelle sulla politica e sugli argomenti di attualità e, di conseguenza, l’attenzione sulla quantità di cibo che riuscivo a ingerire era sempre accesa. Eh sì, il cibo ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia famiglia.

Il cibo era l’unità di misura dell’amore. Amore che evidentemente veniva misurato in base alla quantità più che alla qualità: bisognava mangiare tanto. La famiglia aveva il compito di darti quanto più cibo possibile per dimostrarti amore e tu bambina avevi il dovere di mangiare TUTTO per mostrare loro la dovuta gratitudine. A nessuno sfiorava mai il pensiero che riempirsi di cibo fino allo sfinimento, inclusi alimenti non sempre salutari, non fosse sinonimo di salute, anzi. Il mio essere “secca” diventava la prova schiacciante della mia ingratitudine. Se non mangiavo c’era qualcosa che non andava in me, una stranezza, un difetto inspiegabile. Un rifiuto a riempirsi d’amore.

Ancora oggi quando vado dai miei nonni loro mi mostrano il loro “bene” dandomi da mangiare il più possibile. Roba fritta, intingoli tutt’altro che leggeri, merendine confezionate, per loro queste cose “fanno bene”. Se mangi “ti fa bene”, a prescindere. E no, non è semplice ignoranza. È un modo di vivere, è la convinzione che i corpi della famiglia appartengano a tutti e vadano riempiti, vadano toccati, come quando i nipotini vengono riempiti di baci appiccicosi, come quando ai bimbi di casa si impongono abbracci e coccole da elargire ad amici e parenti.

Il corpo è affare di tutti e se si tratta del corpo di una donna, allora questo vale dieci volte tanto. Il corpo va riempito (quanto non lo decidi tu), osservato, va “monitorato”. Col senno del poi capisco quanto basterebbe questo a far comprendere fin da subito a una bambina che il suo corpo ha un potere che va tenuto sotto osservazione. All’epoca ero troppo piccola per esserne pienamente consapevole ma qualcosa la intuivo.

Il mio corpo destava preoccupazioni, ansie, era specchio di malessere o benessere interiore, parlava al mio posto e inquietava i miei genitori, nonni e compagnia bella più di un urlo o di un pianto.

Più crescevo e più cresceva questo potere oscuro.

Da piccola temevo il mio corpo perché non lo sentivo mio. Sentivo che la mia famiglia aveva potere decisionale su di esso e che avrebbe potuto esercitare questo potere in qualunque momento. Mi rifiutavo di spogliarmi davanti al medico perché non volevo che esibire il mio corpo mi fosse imposto. Da quando è diventata una decisione MIA, da donna adulta, ho abbandonato ogni pudore. Vivo il mio corpo con totale tranquillità e senza vergogna.

Quel corpo di bambina e, poi, di adolescente, era invece sempre “troppo” o “troppo poco”. Troppo magro prima, troppo poco sviluppato poi. Ero troppo piatta, non “diventavo signorina”, avevo troppi brufoli, ero troppo pallida. “Sembri sempre malata”, mi dicevano senza pensare che potesse non essere la cosa più delicata da dire a una ragazzina che sta cambiando, che sta diventando donna. Ma come poteva essere un problema, il mio corpo era affar loro e loro potevano tranquillamente parlarne. Era più loro che mio.

Fu per questo che, in un primo momento, nascosi ai miei genitori che mi erano venute (finalmente) le mestruazioni. Quel sangue era mio, quella novità era mia, volevo che quel corpo nuovo, fremente, vivo di donna fosse finalmente mio in via esclusiva. Me lo volevo godere, quel corpo non più “secco” e piatto ma addirittura desiderabile.

Di lì a poco cominciai a comprendere più a fondo quel potere a doppio taglio che il mio essere donna mi conferiva. Il mio corpo era sempre meno un affare di famiglia e sempre più un affare sociale. Veniva commentato, esaminato, desiderato o disprezzato con grande disinvoltura. Perché è quella la differenza. Del corpo di una donna se ne fa un affare di pubblico dominio con una grandissima disinvoltura. Se ne parla nel bene e nel male, con volgarità o con poesia, sempre sentendosene pienamente autorizzati. Ed è così che sei eternamente troppo magra, troppo grassa, troppo brutta o troppo bella, sempre sotto la lente, sempre detentrice di un potere a due lame che esercita su chi lo possiede e su chi lo subisce una forza immensa, uguale e contraria.

NewLife3000:

2156, USA

Mal di testa, nausea, un formicolio costante percorre la parte destra del mio corpo, che non riesco a controllare. Mi tocco la testa con la mano sinistra, sono completamente calva. Mi trovo stesa su un letto scomodo, in una stanza avvolta nell’oscurità. C’è solo una luce verdastra che proviene da un led che pende dal soffitto. Indosso un camice sbottonato da cui escono dei cavi. Ho sete e vorrei un antidolorifico per placare l’emicrania, ma non riesco a urlare. La mia voce è un sibilo debole, come un soffio. Rita, chiamo il suo nome ma, ovviamente, lei non c’è.

2017, Italia

“Rita, bisogna sistemare la buganville, te ne occupi tu?”

“Sì signora Vittoria”

“Lo sai che puoi darmi del tu, bella”. Bellissima, pensai come ogni volta che la guardavo lavorare nel giardino. Veniva da una famiglia umile ma aveva la classe di una principessa, una Grace Kelly dall’aria un po’ribelle e imbronciata. Da impazzire.

“Va bene Vittoria, torno sabato mattina se per te va bene”

“Perfetto”

“Ora stacco, ho finito, a sabato!”

“Aspetta, ti va un caffè dentro? Ci facciamo quattro chiacchiere e ti riaccompagno io a casa. Devo fare dei servizi dalle tue parti oggi”. Non so dove trovai il coraggio di proporle di entrare, arrossii e sperai fortemente che lei non se ne fosse accorta.

“Sì, ma ho soltanto una mezz’ora”. Mi sentii stupida, io e la mia cotta per la giardiniera squattrinata. E poi c’era Riccardo, che mi faceva una corte spietata e che i miei genitori adoravano. Riccardo con la sua bellezza, i suoi soldi, la sua carriera. A volte pensavo di cedere, tanto Rita mi sembrava del tutto fuori dalla mia portata.

2156, USA

La luce. Da quanto tempo non la vedo, da quanto tempo mi trovo qui dentro? Entrano un tizio con un camice bianco e due ragazze che reggono in mano dei taccuini, pronte a prendere appunti.

“She died of stroke in 2018, woke up yesterday, 22/02/2156”. Le ragazze annotano prontamente le parole del dottore. Lui mi guarda, sembra studiarmi poi, finalmente, parla:

“Parla italiano, vero?”

“Sì”

“Lei si starà chiedendo perché si trova qui…quali sono i suoi ultimi ricordi?”

“Ricordo mia madre, la villa col giardino, non ho idea di cosa stessi facendo prima di arrivare qui. Dove mi trovo? Da quanto tempo sono qui?”

“Andiamo con ordine. Quello che le sto per raccontare forse la sconvolgerà, ma si abituerà presto all’idea della sua nuova vita, vedrà. Lei è morta nel 2018 a causa di un ictus che ha colpito l’emisfero sinistro del suo cervello. Appena dichiarata cerebralmente morta siamo subentrati noi della NewLife3000 e abbiamo iniziato le procedure di ibernazione come concordato con lei mentre era ancora in vita. Il suo corpo è stato trasferito qui, in America, dove è rimasto per 138 anni. Grazie alle tecnologie di cui disponiamo oggi siamo in grado di risvegliare la maggior parte dei corpi che vennero crioconservati più di un secolo fa. Al giorno d’oggi questi metodi non si usano più, abbiamo fatto passi da gigante e non c’è più bisogno di congelare i corpi dei defunti per sfuggire al naturale deteriorarsi del corpo e alla morte che ne consegue. Anche nei casi in cui la morte sopraggiunge a causa di malattie riusciamo ad eludere il decesso, anche se non ancora nel 100% dei casi. Ma la ricerca è sulla strada giusta. Purtroppo, nel suo caso, date le procedure obsolete che sono state utilizzare per mantenerla in stato di sospensione, il suo cervello ha subito danni irreparabili. Abbiamo sostituito alcune parti del suo corpo con dei pezzi in titanio, ma i danni causati dall’ictus non le permettono di usare né le protesi né le parti biologiche del suo corpo al meglio. Inoltre potrebbero esserci stati altri danni di cui non siamo ancora a conoscenza. Lei per oggi riposi, da domani inizieremo la riabilitazione e le darò qualche notizia in più sulla sua nuova vita”.

Mi sento confusa, non desidero approfondire la questione per ora, sono troppo stanca, troppo debole, troppo sola.

“Perché la luce è verde?” È l’unica domanda che riesco a fare. Il dottore si gira verso le due ragazze, poi mi guarda e sorride.

“E’ il colore di Dio. Dio è verde”.

“Come la speranza”

“Come i soldi. Manderò una persona a darle conforto e sostegno e a parlarle anche di questo. Ora si riposi, domani sarà una giornata pesante”.

2017, Italia

“NewLife3000?”

“Sì, è un regalo di mia madre”. Rita mi guardò come se fosse stata indecisa se chiedermi più informazioni o farsi i fatti suoi. Io interpretai quella sua curiosità come il segno di un interesse, se pur piccolo, nei miei confronti e continuai a parlare.

“E’ un contratto. Un contratto tra me e la NewLife3000, un’azienda americana che si occupa di crioconservazione. In poche parole, ibernano i corpi dei defunti e li tengono così, congelati in dei grossi contenitori nell’attesa che la tecnologia faccia i passi in avanti necessari a riportarli in vita e a guarire eventuali malattie che oggi sono considerate mortali”.

“Immagini costi un occhio della testa”.

“Sì, tantissimi soldi, non so quanti. È un regalo di mia madre, si è occupata lei del pagamento”.

“Quindi ora voi miliardari pensate di potervi comprare anche la vita eterna. Non vi servirà neanche più un dio di questo passo”. Mi accorsi che pronunciò quelle due frasi con astio, un astio atavico, forse quello che chiamano odio di classe, chi lo sa.

“Ma non mi dicesti che eri atea? Qualche mese fa, in giardino”

“Sono agnostica, non sono sicura che dio esista, non ho prove né della sua esistenza né della sua non-esistenza. Il dono della fede, quella fede che non ha bisogno di prove, quello non ce l’ho. Ma forse ho bisogno di sperare in cuor mio che esista qualcosa. Forse abbiamo tutti bisogno dell’ipotesi di un dio…o forse basta sperare di diventare miliardari e farsi congelare dagli americani”. Sorrise ammiccante, stavolta non aveva un atteggiamento ostile ma complice. Stava scherzando con me. Arrossii e per alcuni secondi non seppi più cosa dire. Fu lei a spezzare il silenzio chiedendomi di riaccompagnarla a casa. Le chiesi di darmi un minuto, salii al piano di sopra a prendere le chiavi della macchina che avevo lasciato sul comodino. Mi batteva forte il cuore, come dopo una lunga corsa.

2156, USA

Ecco che la porta si apre di nuovo. Ieri mi hanno detto che oggi sarebbe stata una giornata pesante. Non sono pronta, vorrei sprofondare nel materasso e scomparire per sempre.

“Buongiorno Vittoria”. Un uomo anziano ricoperto di gioielli entra nella stanza e spalanca la finestra. Non mi ero nemmeno accorta della presenza di quell’apertura prima di adesso.

“Buongiorno.” Vorrei gridargli di levarsi dalle palle ma non mi sembra opportuno. Sono sola nelle mani di queste persone, meglio non far arrabbiare nessuno.

“So che è un momento difficile per te cara. Hai delle sfide difficili davanti a te ma posso prometterti che se mantieni alta la tua fede potrai affrontarle con il cuore più leggero. Tu sei una riattivata di prima generazione…”

“Cioè? Scongelata?”

“Trovo che il termine da te usato sia dissacrante ma se ti aiuta a comprendere sì, direi che il senso è più o meno quello. Dunque, dicevo, tu sei una riattivata di vecchia generazione. Non ce ne sono molte di persone come te, poche sono sopravvissute al tempo e soprattutto alla complessa procedura di risveglio. I danni causati dalle malattie che vi hanno ucciso sono ancora tutti lì. La vostra coscienza non è mai stata scaricata in un contenitore sano, diciamo. Uso termini semplici per farmi capire. Siete tutti un po’ difettosi, metà umani e metà macchine, pieni di acciacchi. Non siete molto utili per la società, diciamocelo francamente, e potete accedere solo ai lavori più umili. Non avete più i soldi e lo status di una volta, molti di voi impazziscono e si tolgono la vita. Ma c’è una speranza. La fede in una vita eterna in cui le vostre condizioni potranno essere migliori”.

“Ho già la vita eterna io”

“Malandata come sei non durerai a lungo. Ma puoi sempre sperare di arricchirti e poter un giorno accedere al download completo della coscienza e trasformarti in un essere evoluto ed eterno. Ci vogliono tanti soldi, è vero, ma senza la fede si muore dentro.”

“Fede in cosa?”

“Nel denaro. Il denaro è l’unica cosa che ci rende immortali. Le procedure per accedere alla vita eterna sono costose, ma non bisogna mai perdere la fede…”

“E come posso arricchirmi? A stento riesco a muovermi”

“Mia cara, sta a te scoprire la tua vocazione, la tua strada verso la ricompensa eterna. Io posso dirti solo che dio esiste, che dà la vita eterna e che non è il dio immateriale in cui si credeva ai tuoi tempi. Dio è stato finalmente scoperto, si può vedere e toccare. Ha una forma ed un colore.”

“Verde”.

“Brava. Ora vado via, tra poco comincerai la fisioterapia. Torno domattina a vedere come stai”.

2017, Italia

Rita ed io avevamo cominciato a frequentarci, aveva preso l’abitudine il sabato di salire da me dopo aver lavorato in giardino e restava anche un paio d’ore. Parlavamo di tutto, ci scontravamo anche, eravamo molto diverse, a volte percepivo il suo astio verso la mia condizione di privilegiata ma era anche intrigata dalla mia vita da miliardaria, che le doveva sembrare surreale, da film. A volte mi sembrava di percepire un interesse da parte sua, altre volte credevo fosse tutto solo nella mia mente.

“Hai una bella bocca, staresti bene con un po’di trucco in più”. Me lo disse passandomi un dito sulle labbra, io sentii il mio cuore rimbombarmi nelle orecchie.

“Potresti truccarmi tu se ti va, un giorno”.

“Domani?”.

Avevo un appuntamento con Riccardo che avrei ovviamente disdetto, ma feci finta di pensarci su, come se avessi mille impegni. A volte mi sembrava che il mio debole per lei fosse troppo evidente e cercavo di mascherarlo. Non volevo che lei capisse di avere un potere su di me. E se avesse provato a sfruttarlo? Dopo tutto ero una miliardaria e per quanto fossi sempre riuscita a sentire e capire quando qualcuno si avvicinava a me per soldi, avevo sempre una sottile paura di essere “usata”. Comprata, come un oggetto, la moneta della seduzione contro il denaro, un gioco vecchio come il mondo.

“Sì, domani va bene credo, ti mando un messaggio di conferma domattina”.

Lei mi diede un bacio sulla guancia e strizzò l’occhio.

“Ci sentiamo domani”. Andò via, la porta si chiuse dietro di lei e io cominciai a sognare la nostra serata insieme.

Dicembre 2156, USA

“Buongiorno Vittoria, oggi è il tuo giorno fortunato, ti dimettiamo!”

“Io però non so dove andare…avevate detto che sarei rimasta qui per ancora tre mesi…”

Ho paura, mi trovo da sola, in un paese straniero e senza un soldo. Loro non fanno che ripetermi di non preoccuparmi, che mi aiuteranno a reinserirmi, ma non mi danno nessun dettaglio in più.

“Vero, ma stai facendo dei progressi eccezionali, sei in gran forma! Una signora italiana che vive a New York ha bisogno di te, ti occuperai delle faccende domestiche in cambio di vitto e alloggio.”

“Ma io non ho mai fatto nulla del genere, non ho mai lavorato…” Il dottore mi interrompe.

“Ti piaceva il benessere eh? Da ora in poi si fatica, ti ci abituerai”. Ride e se ne va.

Io mi sento sola.

Dicembre 2017, Italia

“Vittoria, ti devo parlare”

“Dimmi Rita”

“La mia famiglia si trasferisce al nord. Devo andare anche io, mia madre non sta bene e non posso lasciarla da sola”.

Il cuore, quando si spezza, non fa rumore. Ti lascia in un silenzio spaventoso che ti fa sentire ancora più sola. Cerco di darmi un contegno, non voglio che Rita si accorga del mio dolore.

“Ho un regalo per te…un regalo di Natale”

“Vittoria…io non posso volerti bene come me ne vuoi tu”.

Rita aveva capito tutto, l’aveva sempre saputo. Mi vergogno, avrei potuto avere Riccardo, così perfetto, se solo non lo avessi trascurato per stare con Rita. Avrei reso felice la mia famiglia, e adesso? Mi trovo a fare la figura della deficiente davanti a questa donna che non può ricambiarmi.

“Il mio regalo è disinteressato. Prendi quella busta che vedi sul tavolo, è tua”.

“Grazie Vittoria”.

Aprì la busta e ci trovò un contratto con la NewLife3000. Sorrise.

“Grazie”. Mi sembrò delusa, avrebbe preferito sicuramente ricevere direttamente quei soldi che avevo speso per farle quel regalo, era chiaro. Io però pensai che se c’era anche una remota possibilità di vivere per sempre lei la meritasse.

“Non ti piace”.

“Non mi convince. Ma il tuo gesto è la cosa che conta. Mi riempie il cuore”.

Non abbastanza, pensai. Ma mi limitai a sorridere, la abbracciai e, presa dalla delusione, la strinsi meno forte di quanto avrei voluto.

“Addio, Rita”.

“Arrivederci Vittoria. Forse ci vedremo in un altro mondo”. Mi fece l’occhiolino, sorrise, e andò via.

La solitudine era troppo difficile da sopportare. Chiamai Riccardo. Lui pendeva dalle mie labbra, o forse voleva i miei soldi, non lo so. Rita invece no, ora lo so per certo. Lei sapeva che io le morivo dietro ma non ne ha mai approfittato, non mi ha mai chiesto niente. Ed io, per questo, l’amavo ancora di più.

2157, USA

“Vittoria, vieni qui in cucina!”

Sono le quattro del mattino, cazzo. Questa pazza mi tratta come una serva tutto il giorno e non le passa nemmeno per l’anticamera del cervello che io possa essere stanca e che abbia bisogno di dormire. Ma non ho scelta.

“Arrivo signora Carla!”.

Infilo la vestaglia, scendo dal letto, ho ancora la vista offuscata dal sonno. La gamba destra mi formicola e risponde a malapena ai miei comandi. Di notte è sempre peggio. Il braccio in titanio invece riesco a usarlo abbastanza bene, per fortuna. La testa mi gira ma molto meno dei primi mesi. Quando ho cominciato a lavorare qui a malapena riuscivo a camminare senza perdere l’equilibrio, ma Carla non ha mai avuto pietà e mi ha sempre fatto lavorare come un mulo. D’altronde non è nemmeno colpa sua, qui i riattivati di prima generazione sono considerati poco più di animali. Mostri, esseri imperfetti che devono già ringraziare se hanno un tetto e un piatto caldo la sera. Ciondolo verso il bagno, poi mi dirigo in cucina. Carla ha la testa sul tavolo e si è scolata un’intera bottiglia di vino. Ci sono biglietti della lotteria sparsi sul tavolo e, a giudicare dall’umore della signora, non credo siano biglietti vincenti.

“Vieni qui, mi sento sola”

“Signora Carla, cosa sono questi biglietti?”

“Biglietti della speranza, Vittoria. Il primo premio è la vita eterna, ti rendi conto? Poter diventare creature divine come i miliardari.”

“Riattivati di seconda generazione. Non ne ho mai visto uno…”

“Certo, mica vivono in mezzo a noi comuni mortali! Molti si trasferiscono nelle colonie extraterrestri, dove gestiscono miniere o altri giri d’affari interplanetari. Vivono nel lusso, senza malattie, senza problemi. Se vinci il primo premio puoi trasferirti in una delle colonie…ma non vinco mai! Tu perché non giochi?”

“Io sono già una riattivata”

“Lo so bene, ma puoi fare l’upgrade. Nella tua condizione attuale non puoi neanche sperare di trovarti un uomo, nulla, nessuno ti vorrebbe mai. Per non parlare di un lavoro decente, di un posto nella società”

“Non ho soldi miei per potermi comprare i biglietti”

“Giusto. Voi riattivati non avete nulla. Ma non perdere la speranza. Dio è tangibile, esiste, è tra noi. Lui trova vie inaspettate per manifestarsi.”

Mi sta suggerendo di rubare? Non so in quale altro mondo potrei trovare i soldi. E comunque, non ci penso neanche. Morirò, va bene così, ci sono passate milioni di persone prima di me e non c’è nulla che io possa fare per eludere il mio destino.

“Signora, se non le dispiace io tornerei a letto”

“Va pure Vittoria. Ti piaceva il benessere eh? Startene a letto magari tutto il giorno”. Rise, era una risata cattiva. La gente nutriva sempre una specie di rabbia repressa verso chi aveva o aveva avuto più soldi di loro. Come se i soldi misurassero il valore umano. Ti disprezzano e ti invidiano se ne hai tanti, ti trattano come uno scarto della società se non ne hai. Me ne vado trascinando a fatica la gamba destra, domani mi aspetta una giornata di lavoro e fatica.

2018, Italia

Ero a letto, avevo appena fatto sesso con Riccardo. Piacevole, ma meccanico. Pensavo a come sarebbe stato con Rita. Mentre la mia immaginazione vagava senza meta, avvertii un improvviso senso di torpore alla parte destra del corpo. Aprii gli occhi, non riuscivo più a muovermi. Chiamai Riccardo credo. Pochi secondi dopo, non vidi più nulla. Stavo morendo.

2157, USA

Piove. Fa freddo, ma a Carla non importa, mi ha comunque mandata in giro a fare la spesa e a sbrigare delle commissioni per lei. Credo le piaccia avere qualcuno da comandare. Ha un lavoro che le fa schifo, sta tutto il giorno in ufficio a rispondere alle domande di clienti arrabbiati di una compagnia di scommesse. La gente si gioca tutto pur di poter aspirare alla vita eterna. L’azienda è di proprietà di un gruppo di religiosi che vogliono far credere alla gente di rendere un servizio all’umanità. Dicono di dare la speranza alle persone ma non fanno altro che ridurle in schiavitù.

Si gela davvero. La gamba destra risente della temperatura esterna ed è ancora più difficile per me avere un’andatura normale. Poi, all’improvviso, il fuoco. Un villino lussuoso davanti a me letteralmente in fiamme. Noto un bambino solo affacciato al balcone che grida aiuto. Non ci penso su neanche per un secondo, getto a terra le buste che ho in mano e decido di dare un senso alla mia seconda possibilità.

Non so come, ma porto in salvo il bambino. Poi la vista si annebbia, cado a terra, perdo i sensi.

2018, Italia

2 giugno 2018. Il giorno dei miei funerali. C’erano poche persone. Rita era una di quelle e non riusciva a smettere di piangere.

2157, USA

“Buongiorno Vittoria! Come si sente?”

“Male. Può darmi del tu”.

È normale. Ha riportato diverse ustioni su tutto il corpo, per fortuna non gravi. Lei è un’eroina, ha salvato la vita a un bambino di 9 anni!”

I ricordi cominciano a riaffiorare. Ricordo le fiamme, la corsa disperata verso una casa da cui tutti sembravano scappare.

“Dove mi trovo?”

“In una clinica privata. Riceverà tutte le cure necessarie, se ne occuperà personalmente lui, il padre del bimbo che ha tratto in salvo”.

Accanto al dottore c’era un bell’uomo sulla quarantina.

“Ora vi lascio soli, il signore vuole parlarle”

L’uomo si avvicinò al mio letto.

“Vittoria, non so come ringraziarti. Da ora in poi mi occuperò io di te. Sono molto ricco e ho deciso di regalare la vita eterna a te e, se lo vorrai, ad un’altra persona. Poi, se vorrai, potrai trasferirti in una delle colonie.”

“Rita. Rita Esposito. Riattivata di prima generazione, chieda informazioni alla NewLife3000. Se ha fatto la procedura, dovrebbe essere ancora viva…”.

“Me ne occuperò io. Tu riposati, devi essere stanca”.

EPILOGO

“Rita, mi senti?”

“Chi è, dove mi trovo?”

“Sono Vittoria. Sei in ospedale, in America. Sei stata ibernata, non so se ricordi il mio regalo…”

“Certo che ricordo… pensavo che non ti avrei più rivista”

Rita è calva, come tutti i riattivati di prima generazione. Ha due occhiaie spaventose, ma è ancora bellissima come la ricordavo. Deve essere morta giovane ma, per ora, non faccio domande.

“So che sei stanca e confusa, ma ho delle cose importanti da dirti. Ora ti trasferiremo in una clinica in cui riceverai tutte le cure necessarie per rimetterti in forma. Io e te non moriremo mai e non avremo mai problemi economici di nessun tipo. Farai la vita di una principessa”

“Credevo che questo non fosse possibile”

“Lo è invece”

“il Dio denaro può davvero tutto…”

“Non sono qui a dirti queste cose grazie ai soldi, se è questo che vuoi dire. Sono qui perché ho salvato la vita ad un bambino, poi ti racconterò tutto quando starai meglio.

“Ed io?”

“Anche tu, non sei qui a prenderti questa nuova opportunità perché io ho tanti soldi”

“E perché allora?”

“Perché io ti amo”.

Ma poi, questo genere, cos`è?

Di che genere è il mio amore per te

maschio di certo non è

femmina forse,

ma poi, questo genere, cos`è?

 

Scrivo storie con la cenere

di quest`amore degenere

che brucia e scioglie il mio cuore

liquido, rosso e caldo come la passione,

 

mi sfugge tra le dita, più tuo che mio, oramai non mi appartiene,

c’è chi dice sia sbagliato, che sia “peccato”,

eppure a farmi pena

è solo il loro fiato sprecato.

La nostra storia:

Pensavo al nostro primo bacio, quella sera a casa mia. Ero ingenua e forse talmente imbranata da perdere almeno 10 punti in sex appeal, ma ero una persona migliore, senza sovrastrutture. Le delusioni ancora non mi avevano resa perennemente incazzata e le tue labbra erano la cosa più bella che avessi mai desiderato.

Ti guardavo come un’idiota, volevo baciarti e toccarti e quella voglia così forte mi stampava uno sguardo ebete sul volto, quello che tu chiamavi “the in-love face”.

Eravamo innamorate e, lasciamelo dire, anche molto belle insieme. Giovani, abbronzate e spensierate, sembrava che l’estate fosse fatta apposta per fare da sfondo alla nostra storia.

Poi la routine, il vivere fasi della vita molto diverse e tanti altri piccoli, invisibili motivi hanno scombussolato quell’idillio troppo bello per essere vero.

Siamo sempre state diverse io e te, abbiamo sempre voluto cose diverse dai sentimenti. Per me l’amore era un’esplosione verso l’esterno, con fuochi d’artificio e botti rumorosi, mentre per te era più un’implosione, una detonazione dentro di te che ti sconquassava il cuore in silenzio senza che nessuno potesse vedere.

Sembrava che fossi tu la “stronza”, ed io mi sentivo frustrata e non amata come avrei voltuo, a modo mio. Poi “stronza” lo sono stata io e l’esplosione di gioia che provavo per te si è infranta contro il muro dell’incomprensione.

Ora ti ho persa, penso a quel nostro primo bacio e mi manchi, così come mi manca quell’estate e quel momento irripetibile della vita in cui ti senti spensierata, giovane e follemente innamorata.

Abilità di Problem solving: Avere il ciclo in ufficio

Ce l’hai fatta, hai ottenuto il lavoro che avevi cercato con tanta fatica e per così tanto tempo. Per convincere i tuoi manager ad assumerti ti sei sottoposta a multipli colloqui, “assessment groups” e varie cose con nomi fighi in inglese che di solito includono esercizi di calcolo a caso su fogli excel che non userai mai e simulazioni di telefonate con improbabili clienti incazzati che hanno come unico obiettivo quello di farti venire un esaurimento nervoso.

Una volta superati tutti questi ostacoli, finalmente sei lì, a lavoro, e stai anche facendo la tua discreta figura nella nuova posizione.

Tutto procede per il meglio insomma, fino al giorno in cui le tua abilità di problem solving vengono davvero messe alla prova: il giorno in cui ti viene il primo ciclo nel nuovo ufficio. Di solito il primo ciclo nel nuovo ufficio si presenta la domenica sera, così da offrirti la full experience dal lunedì al venerdì di tutti i singoli stadi del ciclo mestruale, dai crampi del primo giorno ai mal di testa dell’ultimo passando per i laghi di sangue a tradimento del terzo.

Il completino smart-casual che avevi pensato di indossare secondo la moda business del momento va sostituito con qualsiasi completo che non preveda pantaloni strettissimi e dai colori chiari stile hipster ma che vada più sullo stile “casalinga-chic si reca al funerale del vicino”.

La scelta viene limitata al nero e al blu scuro, vengono anche scartate eventuali camicette bianche, non si sa mai, e pantaloni troppo stretti da evidenziare l’assorbente di ultima generazione che hai comprato per l’occasione. Sì, quello che promette di assorbire anche il ragù della nonna che cola dalla pentola se necessario.

Ad ogni modo, assorbente interno più assorbente esterno con ali e sei a prova di riunione di tre ore. Sempre finché non arriva il momento dello starnuto… Non so se il fenomeno sia stato mai scientificamente studiato, ma quando una donna starnutisce durante il ciclo automaticamente il flusso cambia d’intensità fino a far credere alla malcapitata di essere diventata una centrale idrica.  A quel punto, dopo aver cercato invano una posizione comoda che comprima il tutto con effetto tampone chirurgico, non hai altra scelta che scappare in bagno tentando di farti notare il meno possibile.

Non a caso, le donne con il ciclo sono sempre quelle che, durante le riunioni, si siedono il più vicino possibile alla porta.

Una volta raggiunto il bagno ti tiri giù i pantaloni, poi le mutande, il tampone viene espulso per forza centrifuga e lo acchiappi al volo prima che cada nel gabinetto, poi ti siedi sul water, finalmente, ma non prima di esserti tirata su la camicetta ed essertela ficcata tra i denti, non sia mai venga in contatto con il rito tribale di squartamento di capra che sta avvenendo al di sotto del tuo ventre.

Adesso, c’è solo da trovare il modo di prendere un pezzo di carta igienica senza sporcare tutto attorno a te e pregare che lo scarico funzioni. In caso contrario, le opzioni sono tre:

  • Svignartela senza farti notare da nessuno….ma poi, visto che ti hanno vista uscire scappando dalla riunione, verresti pubblicamente svergognata subito dopo.
  • Mandare un messaggio alla tua collega più simpatica e farla arrivare con un secchio da riempire d’acqua per poi gettarla nel water, che manco MacGyver
  • Licenziarti

Ecco, ora i miei colleghi che leggono il blog sapranno perché porto sempre il cellulare in bagno con me… E comunque, tutto questo per dire a voi, cari manager, che tutti quei test super elaborati sul “problem solving” che ci propinate prima di assumerci potrebbero tranquillamente essere risparmiati sia a voi che a noi…

Noi, il problem solving, ce l’abbiamo nel sangue.