Ma poi, questo genere, cos`è?

Di che genere è il mio amore per te

maschio di certo non è

femmina forse,

ma poi, questo genere, cos`è?

 

Scrivo storie con la cenere

di quest`amore degenere

che brucia e scioglie il mio cuore

liquido, rosso e caldo come la passione,

 

mi sfugge tra le dita, più tuo che mio, oramai non mi appartiene,

c’è chi dice sia sbagliato, che sia “peccato”,

eppure a farmi pena

è solo il loro fiato sprecato.

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La nostra storia:

Pensavo al nostro primo bacio, quella sera a casa mia. Ero ingenua e forse talmente imbranata da perdere almeno 10 punti in sex appeal, ma ero una persona migliore, senza sovrastrutture. Le delusioni ancora non mi avevano resa perennemente incazzata e le tue labbra erano la cosa più bella che avessi mai desiderato.

Ti guardavo come un’idiota, volevo baciarti e toccarti e quella voglia così forte mi stampava uno sguardo ebete sul volto, quello che tu chiamavi “the in-love face”.

Eravamo innamorate e, lasciamelo dire, anche molto belle insieme. Giovani, abbronzate e spensierate, sembrava che l’estate fosse fatta apposta per fare da sfondo alla nostra storia.

Poi la routine, il vivere fasi della vita molto diverse e tanti altri piccoli, invisibili motivi hanno scombussolato quell’idillio troppo bello per essere vero.

Siamo sempre state diverse io e te, abbiamo sempre voluto cose diverse dai sentimenti. Per me l’amore era un’esplosione verso l’esterno, con fuochi d’artificio e botti rumorosi, mentre per te era più un’implosione, una detonazione dentro di te che ti sconquassava il cuore in silenzio senza che nessuno potesse vedere.

Sembrava che fossi tu la “stronza”, ed io mi sentivo frustrata e non amata come avrei voltuo, a modo mio. Poi “stronza” lo sono stata io e l’esplosione di gioia che provavo per te si è infranta contro il muro dell’incomprensione.

Ora ti ho persa, penso a quel nostro primo bacio e mi manchi, così come mi manca quell’estate e quel momento irripetibile della vita in cui ti senti spensierata, giovane e follemente innamorata.

L’amore della vita:

La sfiga è che l’amore della vita ti coglie spesso del tutto impreparata, arriva senza avvisare, magari quando sei troppo giovane per non sbagliare o quando la vita ancora non ti ha insegnato cosa conta davvero.

Spesso ti ritrovi così, inesperta e spaesata con una cosa troppo grande da gestire, con una meraviglia complicata, con un sentimento che ti fa sbattere la testa contro il muro dal desiderio, dalla gelosia, dalla voglia (o pretesa) di essere amata a modo tuo.

Ti fa correre avanti e indietro per un bacio o una carezza in più, ti fa litigare perché in fondo rosichi che tutta la sua bellezza non esista solo per te. Nel furore della sua potenza ti scompiglia i sensi e ti annebbia la mente tanto che, nel desiderio di afferrarlo, spesso si finisce col soffocarlo.

L’amore della vita è una cosa immensa da gestire e, spesso e volentieri, finisce per sfuggirci di mano. Poi la vita va avanti con i nuovi incontri, le nuove avventure, gli amori e le delusioni, per fortuna, ma senza mai dimenticare quella che sarà sempre la cosa più grande di tutte.

La pazienza:

La disavventura dell’ictus mi ha insegnato il vero significato della pazienza. Non si tratta di una risorsa alla quale ricorrere per combattere la noia, per riempire il tempo. La pazienza, quella vera, è una virtù che dobbiamo cercare dentro di noi per superare il dolore e l’attesa che passi.

L’attesa di sentirsi meglio, di recuperare le proprie potenzialità, di svegliarsi finalmente una mattina e sentirsi BENE. Il non arrabbiarsi con chi minimizza, con chi crede che basti “farsi forza”. Il non innervosirsi se non si riesce a tornare a lavoro, se la vita “normale” sembra lontana.

Adesso so bene cos’è la pazienza, che si nasconde tra le pieghe del dolore, in fondo, nel mondo sommerso della mente. Bisogna dissotterrarla a fatica con le unghie e con i denti anche quando non si ha neanche la forza di fare una passeggiata.

La pazienza vera è in fondo al cuore e, per trovarla, bisogna scavare.

Ictus:

Ventiquattro giorni fa ero in un letto d’ospedale convinta di star vivendo gli ultimi minuti della mia vita.

Stavo avendo un ictus, parola che avevo sempre associato a concetti come vecchiaia, morte e disabilità e che mai credevo avrebbe riguardato proprio me, così giovane, in salute e teoricamente con tutta la vita davanti.

Eppure ero lì, sdraiata su una branda della “Stroke Unit” del Mater Dei di Malta con un paio di pantaloncini rosa di dubbio gusto, un ago in vena e almeno 5o 6 persone tra medici e infermieri che si davano da fare per salvarmi la vita.

Poi è arrivata l’alba del giorno dopo, del primo giorno della mia nuova vita: ero semi-paralizzata e avevo temporaneamente dimenticato le lettere dell’alfabeto, eppure ero in preda ad un’euforia decisamente atipica tra quelle mura.

Ero felice perché avevo superato la notte in cui alcune cellule del mio cervello erano morte in pochi minuti. Per me, era come aver vinto la lotteria.

Adesso, passati i primissimi giorni di totale confusione, mi sto dedicando alla riabilitazione e sto recuperando molto velocemente, al punto che tra poco spero di riuscire a riprendere la mia vita di sempre, lavoro compreso.

Nonostante ciò, molte cose sono cambiate: adesso porto la morte dentro, e non solo in senso figurato, per esserci andata così vicina, ma anche e soprattutto in senso fisico. Alcune delle mie cellule cerebrali si sono spente, metà del mio corpo non è più sensibile come prima, parte del mio campo visivo è nel buio e il mio orecchio destro sembra immerso in un mare d’ovatta.

In sintesi, metà del mio corpo sembra trovarsi nell’altro mondo, mentre l’altra metà lotta per tenere tutta me nella parte dei vivi. Mezza morta ma anche mezza viva, la versione macabra della famosa metafora filosofica: è tutta una questione di punti di vista, di decidere quale parte debba trascinare l’altra.

Il confine tra vita e morte sembra così lontano quando siamo sani, eppure in fondo siamo tutti abitanti di una zona di frontiera. Forse quest’ictus ha aperto in me una ferita arcaica, quella consapevolezza dell’appuntamento con la fine al quale tutti noi, prima o poi, dovremo presentarci. Per ora, mi lascio sostenere dalla parte mezza viva di me e le lascio trascinare con sé tutto il resto.

Il più grande cambiamento avvenuto dentro di me è che ora so di vivere a pochi passi dal confine, lo sento nelle viscere, nella parte di me che si è addormentata e che quotidianamente mi ricorda che siamo tutte anime migranti sbarcate in terra di frontiera.

Abilità di Problem solving: Avere il ciclo in ufficio

Ce l’hai fatta, hai ottenuto il lavoro che avevi cercato con tanta fatica e per così tanto tempo. Per convincere i tuoi manager ad assumerti ti sei sottoposta a multipli colloqui, “assessment groups” e varie cose con nomi fighi in inglese che di solito includono esercizi di calcolo a caso su fogli excel che non userai mai e simulazioni di telefonate con improbabili clienti incazzati che hanno come unico obiettivo quello di farti venire un esaurimento nervoso.

Una volta superati tutti questi ostacoli, finalmente sei lì, a lavoro, e stai anche facendo la tua discreta figura nella nuova posizione.

Tutto procede per il meglio insomma, fino al giorno in cui le tua abilità di problem solving vengono davvero messe alla prova: il giorno in cui ti viene il primo ciclo nel nuovo ufficio. Di solito il primo ciclo nel nuovo ufficio si presenta la domenica sera, così da offrirti la full experience dal lunedì al venerdì di tutti i singoli stadi del ciclo mestruale, dai crampi del primo giorno ai mal di testa dell’ultimo passando per i laghi di sangue a tradimento del terzo.

Il completino smart-casual che avevi pensato di indossare secondo la moda business del momento va sostituito con qualsiasi completo che non preveda pantaloni strettissimi e dai colori chiari stile hipster ma che vada più sullo stile “casalinga-chic si reca al funerale del vicino”.

La scelta viene limitata al nero e al blu scuro, vengono anche scartate eventuali camicette bianche, non si sa mai, e pantaloni troppo stretti da evidenziare l’assorbente di ultima generazione che hai comprato per l’occasione. Sì, quello che promette di assorbire anche il ragù della nonna che cola dalla pentola se necessario.

Ad ogni modo, assorbente interno più assorbente esterno con ali e sei a prova di riunione di tre ore. Sempre finché non arriva il momento dello starnuto… Non so se il fenomeno sia stato mai scientificamente studiato, ma quando una donna starnutisce durante il ciclo automaticamente il flusso cambia d’intensità fino a far credere alla malcapitata di essere diventata una centrale idrica.  A quel punto, dopo aver cercato invano una posizione comoda che comprima il tutto con effetto tampone chirurgico, non hai altra scelta che scappare in bagno tentando di farti notare il meno possibile.

Non a caso, le donne con il ciclo sono sempre quelle che, durante le riunioni, si siedono il più vicino possibile alla porta.

Una volta raggiunto il bagno ti tiri giù i pantaloni, poi le mutande, il tampone viene espulso per forza centrifuga e lo acchiappi al volo prima che cada nel gabinetto, poi ti siedi sul water, finalmente, ma non prima di esserti tirata su la camicetta ed essertela ficcata tra i denti, non sia mai venga in contatto con il rito tribale di squartamento di capra che sta avvenendo al di sotto del tuo ventre.

Adesso, c’è solo da trovare il modo di prendere un pezzo di carta igienica senza sporcare tutto attorno a te e pregare che lo scarico funzioni. In caso contrario, le opzioni sono tre:

  • Svignartela senza farti notare da nessuno….ma poi, visto che ti hanno vista uscire scappando dalla riunione, verresti pubblicamente svergognata subito dopo.
  • Mandare un messaggio alla tua collega più simpatica e farla arrivare con un secchio da riempire d’acqua per poi gettarla nel water, che manco MacGyver
  • Licenziarti

Ecco, ora i miei colleghi che leggono il blog sapranno perché porto sempre il cellulare in bagno con me… E comunque, tutto questo per dire a voi, cari manager, che tutti quei test super elaborati sul “problem solving” che ci propinate prima di assumerci potrebbero tranquillamente essere risparmiati sia a voi che a noi…

Noi, il problem solving, ce l’abbiamo nel sangue.

Conciliare vita quotidiana e passioni:

A volte la vita quotidiana mi sembra ridursi allo sforzo di mantenere vive le mie passioni nonostante la routine.

E questo non solo adesso, ma fin da bambina, fin da quando da piccola la scuola, i compiti e il provare ad integrarmi tra i miei coetanei mi toglievano tutte le energie che avevo. Ricordo che arrivavo a casa sfinita e passavo quasi tutto il pomeriggio a dormire.

Soprattutto, come se non bastasse, stavo male perché pensavo di essere io il problema visto che gli altri ce la facevano ed io no.

Poi sono cresciuta, mi sono liberata neanche io so bene come di tutte le insicurezze che avevo da bambina e da pre-adolescente e sono diventata una ragazza addirittura “normale”, almeno agli occhi di tutti. Al liceo andavo bene e all’università ancora meglio, non ero più la bimba troppo magra e stanca che ero stata ma una ragazza sveglia e addirittura carina.

Mi ero guadagnata la normalità, e forse solo chi da ragazzina/o è stata/o vittima di bullismo e delle proprie insicurezze sa cosa significhi questa frase.

Adesso sono molto più sicura di me, ho una vita “normale”, ho un lavoro tranquillo che mi piace e mi permette di vivere con dignità. Eppure a volte, ho l’impressione di rischiare sempre di perdere le mie passioni, di schiacciarle sotto il peso della routine, del dover mantenere tutto intatto: amicizie, amori, carriera, forma fisica, tutto.

Adesso che, a differenza di quando ero piccola, io “ce la faccio” esattamente come gli altri e anche meglio di molti, continuo a sentire di non aver spazio ed energia per le cose che contano davvero, e il problema è che questa non è una società a misura d’uomo e ancor meno a misura di donna (ma questa è un’altra, lunga storia) e di come mi sento io in fondo non frega niente a nessuno.

La mattina mi sveglio alle 7, doccia, colazione velocissima, caffè e dritta a lavoro. Trascorro in ufficio 9 ore al giorno ed esaurisco lì le migliori energie della giornata. Torno a casa, provo a leggere ma sono stanca e non riesco a concentrarmi, dopo un po’cucino, mangio, lavo i piatti e la giornata è già finita.

Dormo da sola, e se l’amore non va come dovrebbe è forse anche in parte perchè le mie energie migliori le uso diversamente.

Vorrei scrivere di più, iscrivermi in palestra, chiedo a me stessa di più continuamente mentre il tempo mi scorre veloce sotto i piedi come un tapis roulant.

Sono felice, fortunata, per sentirmi viva mi basta una passeggiata il sabato vicino al mare. Ho un lavoro d’ufficio tutto sommato comodo, davvero non posso lamentarmi, semplicemente sento però che questa società ha qualcosa di sbagliato, qualcosa che non considera abbastanza chi siamo e chi vogliamo essere, ma che lavoro facciamo e quanti soldi abbiamo.

Per chi volesse approfondire la questione, allego un articolo molto interessante che ho letto pochi giorni fa e che mi ha fatto riflettere:

Non c’è tempo per l’amore: il capitalismo romantico

Buona lettura 🙂