Un Pensiero sulla Madonna Bianca e Azzurra:

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C’è una madonnina vestita di bianco e azzurro in una nicchia scavata nella pietra. Sorveglia i bagnanti in riva al mare e conserva i doni delle vecchie del paese accanto ai suoi piedini dorati.

Provo tenerezza, sia per i credenti che si abbandonano a lei con tanto fervore e speranza sia per me, che non ho mai conosciuto la consolazione della fede. Dicono che la fede sia un dono ed io, quel dono, non l’ho ricevuto mai. La fede, come l’amore, “succede” e a me, semplicemente, non è mai “successa”.

La gente passa, si ferma e sospira davanti a quella madonnina bianca e azzurra come il cielo che promette. C’è chi la guarda con occhi che non possono vedere, con una fede cieca, irrazionale, l’unica fede che venga quotidianamente premiata con la speranza del paradiso.

A volte guardo i credenti come si guarda una coppia di adolescenti innamorati, con un misto di invidia, tenerezza e consapevolezza “superiore” che molto probabilmente quello che a loro sembra l’amore di una vita non durerà più di un’estate.

Mentre mi dedico ai miei pensieri la regina di plastica resta lì, impassibile e indifferente nella sua nicchia di pietra, adorata dalle vecchie e ignorata dai ragazzini che giocano sulla sabbia.

Lei ci guarda tutti allo stesso modo, giovani, vecchi, atei, credenti, buoni e cattivi: ci aspetta al sorgere dell’alba di quel giorno a cui tutti prima o poi arriveremo e che ci renderà, per una volta, tutti uguali.

E il suo sguardo pacato che si posa indistintamente su tutti mi scuote e mi rivela un mistero sacro e profondo.

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Stella:

C’era una volta una famiglia che viveva in un paesino del Sud, vicino al mare, in una casa con le pareti bianche e il tetto rosso come nelle favole.

Il papà vendeva frutta e verdura al mercatino del paese, la mamma aveva una piccola merceria ereditata da suo padre e le due figlie gemelle di 8 anni vivevano un’infanzia spensierata fatta di sole, mare e giochi all’aperto.

La bellezza, intesa come caratteristica fisica, non sfiorava quella famiglia da generazioni e generazioni ma questo non era mai stato un problema per nessuno.

Quando scendevano tutti insieme a mare carichi di borsoni, sdraio e ombrellone a fiorellini sembravano dei giganti. Non erano affatto “grassi” ma pesanti, camminavano ricurvi come se stessero perennemente trasportando un pesante carico ed erano tutt’altro che aggraziati.

Le due bambine, bianche come la neve e con una peluria sotto al naso simile a quella dei maschi pre-adolescenti, si cospargevano di crema solare in quantità industriale appena arrivavano sulla spiaggia per poi tuffarsi in acqua all’unisono al grido di “Bombaaaaa”.

Erano felici e spensierati, avevano bisogno di poco e con poco si sentivano ricchi. Il papà era un uomo buono e paziente e si divertiva a costruire castelli di sabbia con tunnel sotterranei pieni d’acqua per le sue bambine. La mamma poi aggiungeva nastrini e decorazioni a quei castelli che per le bambine sembravano racchiudere fantastiche storie di mondi lontani.

Un bel giorno però, un evento inatteso cambiò per sempre il corso tranquillo della vita di questa allegra famiglia: dopo otto anni, un’altra bambina era attesa in famiglia.

I mesi di gravidanza passarono veloci e tranquilli, la mamma si sentiva ricoperta di attenzioni e di affetto ancor più del solito e tutti attendevano la nuova arrivata come si attende un miracolo. La bimba nacque un giorno di primavera in poco più di due ore, senza dare dolore a sua madre, che invece aveva dato alla luce le gemelline con tanta sofferenza.

La chiamarono Stella perché aveva due occhi verdi luminosissimi che la facevano sembrare una creatura del cielo. Era bellissima, di una bellezza esotica che non si era mai vista prima né in quella famiglia né in nessun’altro luogo del piccolo villaggio. In paese si sparse immediatamente la voce della bellezza della nuova nata e tutti accorsero a vedere quel piccolo miracolo con i propri occhi.

Stella dormiva molto e si lamentava poco ed era così tranquilla che i genitori quasi se ne preoccupavano. Era una bambina silenziosa e passò i primissimi anni della sua vita immersa nell’amore di tutti e circondata dalla bellezza del paesaggio della sua terra.

Stella crebbe taciturna e riservata, a scuola non brillava, si impegnava tanto per raggiungere appena la sufficienza e se ne stava tutto il giorno tranquilla al suo posto. Nonostante lei facesse di tutto per non farsi notare, la sua bellezza inusuale era continuo oggetto di attenzioni e curiosità. Le sorelle la sfoggiavano come se fosse un prolungamento di loro stesse, come se anche loro potessero beneficiare di riflesso della sua bellezza e Stella le lasciava fare in silenzio.

Più cresceva e più si chiudeva in se stessa. Era bravissima a disegnare, un talento che fu presto notato in paese, tanto che cominiciarono a vendere delle sue piccole opere presso una bottega vicino al carretto di suo padre. Stella disegnava per ore, in silenzio, non aveva molti amici nonostante i genitori e le sorelle la spingessero a socializzare e a stare in mezzo agli altri. Stella aveva un mondo interiore complesso ed articolato e mettersi in ascolto con quell’universo dentro di sé toglieva spazio a tutto il resto. Inoltre, le continue attenzioni della gente le incutevano una certa ansia.

C’era un ragazzino però, il figlio del pescatore, che non faceva altro che guardarla mentre lei dipigeva sulla spiaggia, e  a Stella quel tipo di attenzione non dava fastidio, forse perché era un tipo di attenzione che poteva capire, di quel tipo che lei riservava ai paesaggi e alle creature che disegnava.

Un giorno il ragazzino si fece coraggio, si avvicinò a lei e le regalò un fiorellino azzurro che aveva colto in cima alla collina. Stella, che non aveva mai imparato a rapportarsi alla gente, lo guardò e lo distrusse chiudendolo nel suo pugno e facendo scoppiare in lacrime il suo ammiratore.

Il giorno dopo fu lei ad avvicinare il piccolo pescatore e a regalargli un bellissimo disegno del fiorellino che aveva ricevuto il giorno prima.

-L’ho rotto perchè oramai lo ricordavo bene e potevo disegnarlo.

Lui le sorrise, per lei le cose, tutte le cose, esistevano per essere raffigurate, quasi come se non avessero senso per lei se non quando messe su carta.

Si instaurò un’amicizia speciale tra lei ed il piccolo pescatore, che non era di molte parole ma conosceva bene in linguaggio della bellezza, proprio come lei. Passavano le ore a guardare il mare, lei a disegnare e lui a raccontarle di cose come l’odore delle onde e i riflessi del sole sull’acqua.

Un giorno di maggio però, un misterioso evento sconvolse il piccolo villaggio. Un pomeriggio come tutti gli altri Stella non si recò in spiaggia a dipingere e a chiacchierare col piccolo pescatore. La cercarono tutti in lungo e in largo ma non ci fu nulla da fare.

Sparita nel nulla, senza lasciar traccia, svanita nel suo amato silenzio.

L’ultimo foglio del suo quaderno di disegni raffigurava una stella azzurra che sovrastava un mare dorato al posto del sole. Il cielo ed il mare erano lo sfondo di quei suoi pensieri senza voce e della sua amicizia con il piccolo pescatore, che era profonda e tenera come il mare d’estate.

Nessuno parlò più di Stella, il dolore per la sua perdita era troppo forte e ammutolì per sempre sia i suoi genitori che gli altri abitanti del villaggio.

Solo il piccolo pescatore continuò a tenere viva la memoria della sua Stella raccontando la sua storia ai bambini del villaggio per tutto il resto della sua vita, e fu così che la storia di Stella divenne una favola popolare dai contorni mitologici.

In pochi anni, ci fu sempre nel villaggio chi giurava di vedere una stella azzurra in cielo il primo maggio di ogni anno, o chi raccontava di aver sognato una bambina con gli occhi verdi e la pelle abbronzata che portava notizie dall’aldilà. Notizie di cari defunti, previsioni di un futuro migliore e sogni tranquilli.

Stella era il miracolo del primo incontro con la bellezza, del primo amore di un ragazzino che amava il mare, era l’incontro di un’intera comunità con uno splendore inspiegabile. Stella era la bellezza del silenzio che si esprime attraverso l’arte, attraverso i disegni sorprendenti di una bambina che guardava il mare con gli occhi dell’amore.

Nessuno sa ad oggi se Stella sia mai davvero esistita, eppure lasciarsi trascinare dalla sua storia leggendaria è quasi un riflesso naturale per un popolo che ogni giorno si riempie gli occhi dell’azzurro del mare e della sua bellezza senza parole.

Erasmus, 6 anni dopo:

-Te lo ricordi di che colore era il mare ad Istanbul?

-sì, di un blu senza parole

-e poi l’oro del tramonto e il nero della notte senza fondo

-come quei pensieri lunghi senza fine che inseguivamo di sera, insieme

-ti ricordi come eravamo innamorate, di tutto e di tutti?

-ti ricordi come ci prendevamo sul serio? E come invece niente era ancora iniziato…

-Mi mancano le notti senza fondo con i pensieri in tempesta

Mi chiedo sempre che ne sarà di questo ricordo che già è diverso da com’era l’anno scorso e l’anno prima ancora. Mi chiedo sempre se mi sentirò mai più così, libera come ci si sente quando niente è ancora iniziato e niente è mai ancora finito.

Esisteva solo “adesso” ad Istanbul…e “adesso” è una cosa che forse non si può mai davvero ricordare.386518_138407586263180_455452808_n

 

Il vento del Nord:

19747967_1166241440146451_1420553987_o“Il vento del Nord soffia sempre su tutta l’isola e mai da un lato soltanto”, mi disse una sconosciuta all’uscita dell’aeroporto. I capelli mi coprivano il viso e mi andavano negli occhi mentre cercavo di farle un cenno, se non altro per farle capire che avevo sentito il suo commento.

-“Almeno non farà il solito caldo bestiale…”

-“Non è la prima volta a Malta?”

-“No, vivo qui da tre anni…e tu?”

-“Sono maltese, ero in Italia per lavoro, un convengno noioso…piacere di conoscerti, Martha”

-“Piacere mio, Francesca.”

Le feci compagnia su una di quelle panchine al sole su cui a mezzogiorno puoi cuocere le uova e parlammo per una buona mezz’ora. Parlava soprattutto lei, di come da piccola suo nonno le aveva insegnato i nomi del vento, di come l’acqua a Nord dell’isola sia più bella di quella dei Caraibi, che pure le era piaciuta, ma le ricordava un suo grande amore finito male…viaggiavano molto insieme, prima di cominciare a smettere di amarsi.

-“E tu, come mai qui?”

Le raccontai di come in Italia, al Sud, non sia facile trovare lavoro. E comunque non solo questo…. a Malta puoi vivere più tranquilla, senza preoccuparti troppo di come tornare a casa la sera se sei da sola,  senza avvilirti troppo della quotidianità scandita dai doveri, visto che dopo il lavoro si può andare a mare quasi tutto l’anno. E poi le dissi di quell’amore che un bel giorno andò via senza tornare mai più, ma dopo tutto su quest’isola si è tutti un po’di passaggio e non se ne può fare una colpa a nessuno…

“Io all’amore non ci credo più”

“Però hai amato…”

”l’amore vero non finisce”

“Quindi ci credi”

“Forse, ma non so se troverò mai un’altra persona che ci creda…sai com’è, bisogna essere in due…”

Il vento del Nord ci scompigliava i capelli e portava sulle nostre labbra il sapore salato del mare dell’isola, che in fondo non era poi così diverso dal mare di casa mia e mi faceva sempre sentire meno straniera. Facevo anche io parte di quella gente a cui i genitori insegnavano a nuotare e a camminare dando alle due cose la stessa importanza, a cui il sole non scotta la pelle ma la rende dorata, a cui puoi togliere tutto ma non il mare.

Io e Martha eravamo parte dello stesso popolo, lei aveva gli occhi pieni di tutti i riflessi che aveva visto tuffarsi nel mare, proprio come me, che il mare lo portavo ogni giorno con me perché rendesse le mie giornate più leggere.

E poi entrambe credevamo all’amore, nonostante tutto, nonstante “bisognasse essere in due” e alla fine ci sembrava sempre di essere le sole ad amare davvero.

Quando ci alzammo dalla panchina per tornare alle nostre rispettive vite pensai di non essere poi così “straniera”.

Dove c’è gente col cuore spezzato che non ha smesso di credere nell’amore e dove c’è un mare capace di alleviare certe sofferenze “casa” non può mai essere così lontana.

 

Libertà:

L’ho incontrata su un lembo di terra in cui le città si chiamano come in Africa, il cibo profuma come in Italia e le persone si chiamano come in America. Il mare invece è loro soltanto, di un colore che esiste solo su quelle rive, tra quella gente orgogliosa, riservata e incantatrice.

Quando la vidi per la prima volta pensai che solo quella terra infuocata poteva averla cresciuta. Fiera come una leonessa, con la pelle scottata dal sole e gli occhi neri come il Mediterraneo di notte, una sera d’estate mi fece sprofondare l’anima nello stomaco come un sasso dentro al mare.

La tenerezza di una donna che conosce tre lingue ma che non sa parlare d’amore, le liti, i nostri corpi che pur di amarsi hanno imparato a parlare al posto nostro.

La libertà è amarla senza chiedermi cosa verrà domani, perchè lei è come le onde del suo mare e non la puoi fermare.

Ekho:

Tanto tempo fa, in un villaggio alle pendici di grandi rocce alte fino al cielo, il pianto di una neonata attirò l’attenzione di un vecchio monaco che passeggiava immerso nei suoi pensieri.

L’anziano, in un primo momento, non riuscì a capire da dove provenisse quel suono che rimbalzava tra le rocce, si tuffava nel fiumiciattolo e riemergeva da tutti gli interstizi tra le pietre. Fu un riflesso dorato ad aiutarlo nella sua ricerca. Dopo una vita di contemplazione e comunione con ogni parte viva o morta del luogo il vecchio aveva imparato a parlare la lingua dell’aria e della luce. E un bagliore che illuminava un azzurro incantevole come il cielo gli mostrò prima gli occhi e poi il corpicino infreddolito di quella bambina con le guance rosse di pianto che, senza saperlo, gli chiedeva aiuto. Il monaco la raccolse con timore reverenziale come se stesse reggendo il cuore sacro del mondo e la condusse nel monastero sulla roccia, più in alto delle nuvole, dove il tempo non si conta con il rigore dei numeri ma con la passione dell’attesa.

Per la prima volta in più di cento anni veniva infranta una regola fondamentale di quei luoghi. Un essere vivente di sesso femminile veniva ammesso tra le mura del monastero. Una condizione fu però stabilita all’unanimità dalla comunità di monaci: la bambina avrebbe dovuto lasciare quelle sacre mura al compimento dei dodici anni di età. Al termine della riunione, fu deciso che la piccola si sarebbe chiamata Ekho e che nessuno mai avrebbe dovuto sapere della sua esistenza all’infuori degli abitanti del monastero.

Tutti i monaci della comunità si impegnarono a crescere la bambina. Chi si occupava di darle da mangiare, chi di cucirle i vestiti e chi di educarla. Ekho cresceva sana, forte e curiosa e la sua infanzia gioiosa splendeva di luce propria illuminando le pareti spoglie e povere del convento. I monaci erano tutti uomini semplici e di grande spiritualità e il loro cuore non aveva dimenticato il linguaggio dei bambini. Ekho era serena tra di loro, giocava a rincorrere i monaci più giovani nel bosco, ad imparare i nomi delle foglie e degli alberi con quelli più anziani.

Nessuno conosceva la verità sulla provenienza di Ekho. Nessuno tranne Kostas, il più vecchio del villaggio che era l’unico tra i monaci ad avere il permesso di consultare la pietra sacra alle pendici della collina più alta. Il compito di leggere il monolite veniva tramandato da generazione in generazione. Alla morte del saggio della comunità, i monaci si riunivano ed eleggevano il suo successore e solo e soltanto lui aveva il permesso di leggere la pietra. Se qualcuno avesse infranto questa regola, l’intero villaggio sarebbe stato distrutto per sempre.

Kostas era un uomo buono e gli piangeva il cuore all’idea di dover un giorno separarsi da Ekho. Inoltre, a differenza degli altri, lui sapeva che c’erano possibilità piuttosto alte che la bambina sarebbe scomparsa molto prima del compimento dei dodici anni di età. Per questo Kostas faceva gran tesoro del tempo che trascorreva insieme alla piccola. La portava in giro ogni mattina a passeggiare, le insegnava i nomi delle piante e delle bacche, le raccontava favole di fate e creature fantastiche e la faceva volare più in alto delle montagne con la sua fantasia.

Ekho era felice, aveva la possibilità di esplorare luoghi meravigliosi ed era circondata dall’affetto della comunità intera.

Il suo preferito era Alexander, uno dei più giovani del gruppo, un ventenne dagli occhi verdi e la pelle scura che giocava sempre con lei a nascondino, acchiapparello, guardie e ladri ed altri fantastici giochi che le aveva insegnato.

Un giorno però il destino di Ekho si manifestò. Era il primo del mese e come al solito il saggio andò a consultare la pietra di buon’ora. Sulla pietra, che era in realtà un gigantesco schermo a cristalli liquidi vecchia maniera, comparvero spietate due frasi:

Preparati a salutare Ekho. Ha trovato una famiglia disposta ad adottarla nel mondo reale e sparirà tra dieci giorni.

Kostas sentì il rumore del suo cuore mentre si spezzava e si concesse di piangere non come un vecchio saggio, ma come un bambino. Sapeva che questo sarebbe potuto accadere. Sei anni prima la pietra gli aveva rivelato che di lì a pochi giorni un suo compagno avrebbe trovato una neonata tra le foglie. Nel mondo reale i bambini che nessuno vuole adottare vengono temporaneamente sedati e introdotti in un mondo di realtà virtuale che viene casualmente scelto da un simulatore di vita di ultima generazione. Questo perché qualcuno si occupi di insegnare loro a vivere prima che trovino una famiglia disposta a prendersi cura di loro nel mondo reale.

Quella era la prima volta che un neonato capitava nella loro oasi di pace, il mondo virtuale più antico di tutti e soprattutto uno dei pochi mondi permanenti, in cui si può scegliere di rimanere per sempre, fino alla morte fisica nel mondo reale. Il creatore del mondo in cui i monaci vivevano indisturbati era un arabo ricchissimo di nome Samir che, dopo un viaggio in Grecia, decise di ritirarsi in un’oasi di pace e di ricreare scenari oramai perduti. Da allora non erano mancati uomini disposti a pagare cifre stratosferiche per poter essere sedati e portati tra le rocce sospese. Uomini come lui, che era entrato nel mondo dei conventi volanti all’età di vent’anni e che ne sarebbe uscito soltanto scomparendo nel nulla, quando sarebbe arrivato il momento.

Quanto a Ekho, ovviamente Kostas non avrebbe potuto rivelare al resto della comunità quello che aveva letto. Solo alcuni avvisi infatti potevano essere diffusi e solo se esplicitamente dichiarato nel testo. I monaci avrebbero dunque visto Ekho sparire nel nulla senza una spiegazione e la avrebbero semplicemente creduta morta nel mondo reale. Quando una persona muore nel mondo reale infatti, semplicemente scompare da quello virtuale, senza neanche lasciare la consolazione di un corpo su cui piangere. Come avrebbe tollerato la morte di una bambina una comunità di soli uomini isolati dal mondo? Sarebbe stato un trauma collettivo difficile da cancellare.

Ad ogni modo Kostas dovette fare ritorno al villaggio, ricurvo sotto il peso di un cuore pieno di dolore e senza poter mostrare a nessuno la sua sofferenza. Quella mattina Alexander giocava con Ekho rincorrendola sulla riva del fiume e le risate dei due si sentivano fino alla cima del monastero più alto. Per la prima volta dopo tanti anni, dopo quel momento in cui decise di farsi sedare, Kostas si ricordò del flusso del tempo. E i dieci giorni passarono come si fosse trattato di soli dieci minuti.

Un giorno di pioggia, Alexander vide Ekho scomparire nel nulla mentre correvano lasciandosi lavare dal cielo. Il ragazzo si inginocchiò e gridò così forte che tutti i monaci accorsero. Non ci fu bisogno di spiegare nulla, si raccolsero tutti in cerchio e piansero come bambini.

Dall’altra parte dello specchio dell’esistenza, una bambina ancora mezza addormentata veniva consegnata in braccio ad una coppia di cinquantenni pieni d’amore da dare a quella piccola che le infermiere definivano molto sfortunata. Era nata con una grave malformazione ed era stata abbandonata poche ore dopo la nascita, ma la sua nuova famiglia sarebbe stata disposta a fare salti mortali per dare ad Ekho le migliori cure…

E chi sa, forse un giorno avrebbe corso di nuovo come Alexander le aveva insegnato in un mondo che non c’è.

Diana:

-Perché sei quì? Mio padre dice sempre che se non fosse per mia madre non mi ci farebbe venire.

-Capisco. Io sono quì perché ho bisogno di parlare….e tu?

-mia madre dice che ci devo venire, che mi fa bene.

-Capisco.

-Dici sempre “capisco”. A me comunque piace venire quì, Diana mi fa giocare e mi fa dire quello che voglio.

-Sì, anche io vengo quì perchè Diana mi fa dire quello che voglio, credo.

-Quanti anni hai?

-40, e tu?

-8…E ho capito, vieni qui perché anche tu hai la crisi dei 40 anni, come Zia Anna. Voi grandi avete sempre le crisi e poi sgridate noi. Dovreste andarci tutti da Diana, così almeno dite quello che volete e vi sfogate.

-Hai ragione, farebbe bene a tutti.

-Che lavoro fai?

-La segretaria. E tu da grande cosa vorresti fare?

-La psicologa, come Diana. Così posso sentire tutto quello i grandi vorrebbero dire ma non dicono.

La conversazione si concluse lì, per Roberta si era fatta ora di andare e il suo papà era lì fuori ad aspettarla. Claudia la salutò, molto probabilmente non l’avrebbe più rivista. Poi alzò lo sguardo e Diana era lì, sulla soglia del suo studio, ad aspettarla. E lei non vedeva l’ora di prendersi i prossimi 60 minuti per dire tutto quello che voleva.