Come la speranza:

2156, USA

Mal di testa, nausea, un formicolio costante percorre la parte destra del mio corpo, che non riesco a controllare. Mi tocco la testa con la mano sinistra, sono completamente calva. Mi trovo stesa su un letto scomodo, in una stanza avvolta nell’oscurità. C’è solo una luce verdastra che proviene da un led che pende dal soffitto. Indosso un camice sbottonato da cui escono dei cavi. Ho sete e vorrei un antidolorifico per placare l’emicrania, ma non riesco a urlare. La mia voce è un sibilo debole, come un soffio. Rita, chiamo il suo nome ma, ovviamente, lei non c’è.

2017, Italia

“Rita, bisogna sistemare la buganville, te ne occupi tu?”

“Sì signora Vittoria”

“Lo sai che puoi darmi del tu, bella”. Bellissima, pensai come ogni volta che la guardavo lavorare nel giardino. Veniva da una famiglia umile ma aveva la classe di una principessa, una Grace Kelly dall’aria un po’ribelle e imbronciata. Da impazzire.

“Va bene Vittoria, torno sabato mattina se per te va bene”

“Perfetto”

“Ora stacco, ho finito, a sabato!”

“Aspetta, ti va un caffè dentro? Ci facciamo quattro chiacchiere e ti riaccompagno io a casa. Devo fare dei servizi dalle tue parti oggi”. Non so dove trovai il coraggio di proporle di entrare, arrossii e sperai fortemente che lei non se ne fosse accorta.

“Sì, ma ho soltanto una mezz’ora”. Mi sentii stupida, io e la mia cotta per la giardiniera squattrinata. E poi c’era Riccardo, che mi faceva una corte spietata e che i miei genitori adoravano. Riccardo con la sua bellezza, i suoi soldi, la sua carriera. A volte pensavo di cedere, tanto Rita mi sembrava del tutto fuori dalla mia portata.

2156, USA

La luce. Da quanto tempo non la vedo, da quanto tempo mi trovo qui dentro? Entrano un tizio con un camice bianco e due ragazze che reggono in mano dei taccuini, pronte a prendere appunti.

“She died of stroke in 2018, woke up yesterday, 22/02/2156”. Le ragazze annotano prontamente le parole del dottore. Lui mi guarda, sembra studiarmi poi, finalmente, parla:

“Parla italiano, vero?”

“Sì”

“Lei si starà chiedendo perché si trova qui…quali sono i suoi ultimi ricordi?”

“Ricordo mia madre, la villa col giardino, non ho idea di cosa stessi facendo prima di arrivare qui. Dove mi trovo? Da quanto tempo sono qui?”

“Andiamo con ordine. Quello che le sto per raccontare forse la sconvolgerà, ma si abituerà presto all’idea della sua nuova vita, vedrà. Lei è morta nel 2018 a causa di un ictus che ha colpito l’emisfero sinistro del suo cervello. Appena dichiarata cerebralmente morta siamo subentrati noi della NewLife3000 e abbiamo iniziato le procedure di ibernazione come concordato con lei mentre era ancora in vita. Il suo corpo è stato trasferito qui, in America, dove è rimasto per 138 anni. Grazie alle tecnologie di cui disponiamo oggi siamo in grado di risvegliare la maggior parte dei corpi che vennero crioconservati più di un secolo fa. Al giorno d’oggi questi metodi non si usano più, abbiamo fatto passi da gigante e non c’è più bisogno di congelare i corpi dei defunti per sfuggire al naturale deteriorarsi del corpo e alla morte che ne consegue. Anche nei casi in cui la morte sopraggiunge a causa di malattie riusciamo ad eludere il decesso, anche se non ancora nel 100% dei casi. Ma la ricerca è sulla strada giusta. Purtroppo, nel suo caso, date le procedure obsolete che sono state utilizzare per mantenerla in stato di sospensione, il suo cervello ha subito danni irreparabili. Abbiamo sostituito alcune parti del suo corpo con dei pezzi in titanio, ma i danni causati dall’ictus non le permettono di usare né le protesi né le parti biologiche del suo corpo al meglio. Inoltre potrebbero esserci stati altri danni di cui non siamo ancora a conoscenza. Lei per oggi riposi, da domani inizieremo la riabilitazione e le darò qualche notizia in più sulla sua nuova vita”.

Mi sento confusa, non desidero approfondire la questione per ora, sono troppo stanca, troppo debole, troppo sola.

“Perché la luce è verde?” È l’unica domanda che riesco a fare. Il dottore si gira verso le due ragazze, poi mi guarda e sorride.

“E’ il colore di Dio. Dio è verde”.

“Come la speranza”

“Come i soldi. Manderò una persona a darle conforto e sostegno e a parlarle anche di questo. Ora si riposi, domani sarà una giornata pesante”.

2017, Italia

“NewLife3000?”

“Sì, è un regalo di mia madre”. Rita mi guardò come se fosse stata indecisa se chiedermi più informazioni o farsi i fatti suoi. Io interpretai quella sua curiosità come il segno di un interesse, se pur piccolo, nei miei confronti e continuai a parlare.

“E’ un contratto. Un contratto tra me e la NewLife3000, un’azienda americana che si occupa di crioconservazione. In poche parole, ibernano i corpi dei defunti e li tengono così, congelati in dei grossi contenitori nell’attesa che la tecnologia faccia i passi in avanti necessari a riportarli in vita e a guarire eventuali malattie che oggi sono considerate mortali”.

“Immagini costi un occhio della testa”.

“Sì, tantissimi soldi, non so quanti. È un regalo di mia madre, si è occupata lei del pagamento”.

“Quindi ora voi miliardari pensate di potervi comprare anche la vita eterna. Non vi servirà neanche più un dio di questo passo”. Mi accorsi che pronunciò quelle due frasi con astio, un astio atavico, forse quello che chiamano odio di classe, chi lo sa.

“Ma non mi dicesti che eri atea? Qualche mese fa, in giardino”

“Sono agnostica, non sono sicura che dio esista, non ho prove né della sua esistenza né della sua non-esistenza. Il dono della fede, quella fede che non ha bisogno di prove, quello non ce l’ho. Ma forse ho bisogno di sperare in cuor mio che esista qualcosa. Forse abbiamo tutti bisogno dell’ipotesi di un dio…o forse basta sperare di diventare miliardari e farsi congelare dagli americani”. Sorrise ammiccante, stavolta non aveva un atteggiamento ostile ma complice. Stava scherzando con me. Arrossii e per alcuni secondi non seppi più cosa dire. Fu lei a spezzare il silenzio chiedendomi di riaccompagnarla a casa. Le chiesi di darmi un minuto, salii al piano di sopra a prendere le chiavi della macchina che avevo lasciato sul comodino. Mi batteva forte il cuore, come dopo una lunga corsa.

2156, USA

Ecco che la porta si apre di nuovo. Ieri mi hanno detto che oggi sarebbe stata una giornata pesante. Non sono pronta, vorrei sprofondare nel materasso e scomparire per sempre.

“Buongiorno Vittoria”. Un uomo anziano ricoperto di gioielli entra nella stanza e spalanca la finestra. Non mi ero nemmeno accorta della presenza di quell’apertura prima di adesso.

“Buongiorno.” Vorrei gridargli di levarsi dalle palle ma non mi sembra opportuno. Sono sola nelle mani di queste persone, meglio non far arrabbiare nessuno.

“So che è un momento difficile per te cara. Hai delle sfide difficili davanti a te ma posso prometterti che se mantieni alta la tua fede potrai affrontarle con il cuore più leggero. Tu sei una riattivata di prima generazione…”

“Cioè? Scongelata?”

“Trovo che il termine da te usato sia dissacrante ma se ti aiuta a comprendere sì, direi che il senso è più o meno quello. Dunque, dicevo, ti sei una riattivata di vecchia generazione. Non ce ne sono molte di persone come te, poche sono sopravvissute al tempo e soprattutto alla complessa procedura di risveglio. I danni causati dalle malattie che vi hanno ucciso sono ancora tutti lì. La vostra coscienza non è mai stata scaricata in un contenitore sano, diciamo. Uso termini semplici per farmi capire. Siete tutti un po’ difettosi, metà umani e metà macchine, pieni di acciacchi. Non siete molto utili per la società, diciamocelo francamente, e potete accedere solo ai lavori più umili. Non avete più i soldi e lo status di una volta, molti di voi impazziscono e si tolgono la vita. Ma c’è una speranza. La fede in una vita eterna in cui le vostre condizioni potranno essere migliori”.

“Ho già la vita eterna io”

“Malandata come sei non durerai a lungo. Ma puoi sempre sperare di arricchirti e poter un giorno accedere al download completo della coscienza e trasformarti in un essere evoluto ed eterno. Ci vogliono tanti soldi, è vero, ma senza la fede si muore dentro.”

“Fede in cosa?”

“Nel denaro. Il denaro è l’unica cosa che ci rende immortali. Le procedure per accedere alla vita eterna sono costose, ma non bisogna mai perdere la fede…”

“E come posso arricchirmi? A stento riesco a muovermi”

“Mia cara, sta a te scoprire la tua vocazione, la tua strada verso la ricompensa eterna. Io posso dirti solo che dio esiste, che dà la vita eterna e che non è il dio immateriale in cui si credeva ai tuoi tempi. Dio è stato finalmente scoperto, si può vedere e toccare. Ha una forma ed un colore.”

“Verde”.

“Brava. Ora vado via, tra poco comincerai la fisioterapia. Torno domattina a vedere come stai”.

2017, Italia

Rita ed io avevamo cominciato a frequentarci, aveva preso l’abitudine il sabato di salire da me dopo aver lavorato in giardino e restava anche un paio d’ore. Parlavamo di tutto, ci scontravamo anche, eravamo molto diverse, a volte percepivo il suo astio verso la mia condizione di privilegiata ma era anche intrigata dalla mia vita da miliardaria, che le doveva sembrare surreale, da film. A volte mi sembrava di percepire un interesse da parte sua, altre volte credevo fosse tutto solo nella mia mente.

“Hai una bella bocca, staresti bene con un po’di trucco in più”. Me lo disse passandomi un dito sulle labbra, io sentii il mio cuore rimbombarmi nelle orecchie.

“Potresti truccarmi tu se ti va, un giorno”.

“Domani?”.

Avevo un appuntamento con Riccardo che avrei ovviamente disdetto, ma feci finta di pensarci su, come se avessi mille impegni. A volte mi sembrava che il mio debole per lei fosse troppo evidente e cercavo di mascherarlo. Non volevo che lei capisse di avere un potere su di me. E se avesse provato a sfruttarlo? Dopo tutto ero una miliardaria e per quanto fossi sempre riuscita a sentire e capire quando qualcuno si avvicinava a me per soldi, avevo sempre una sottile paura di essere “usata”. Comprata, come un oggetto, la moneta della seduzione contro il denaro, un gioco vecchio come il mondo.

“Sì, domani va bene credo, ti mando un messaggio di conferma domattina”.

Lei mi diede un bacio sulla guancia e strizzò l’occhio.

“Ci sentiamo domani”. Andò via, la porta si chiuse dietro di lei e io cominciai a sognare la nostra serata insieme.

 

Dicembre 2156, USA

“Buongiorno Vittoria, oggi è il tuo giorno fortunato, ti dimettiamo!”

“Io però non so dove andare…avevate detto che sarei rimasta qui per ancora tre mesi…”

Ho paura, mi trovo da sola, in un paese straniero e senza un soldo. Loro non fanno che ripetermi di non preoccuparmi, che mi aiuteranno a reinserirmi, ma non mi danno nessun dettaglio in più.

“Vero, ma stai facendo dei progressi eccezionali, sei in gran forma! Una signora italiana che vive a New York ha bisogno di te, ti occuperai delle faccende domestiche in cambio di vitto e alloggio.”

“Ma io non ho mai fatto nulla del genere, non ho mai lavorato…” Il dottore mi interrompe.

“Ti piaceva il benessere eh? Da ora in poi si fatica, ti ci abituerai”. Ride e se ne va.

Io mi sento sola.

Dicembre 2017, Italia

“Vittoria, ti devo parlare”

“Dimmi Rita”

“La mia famiglia si trasferisce al nord. Devo andare anche io, mia madre non sta bene e non posso lasciarla da sola”.

Il cuore, quando si spezza, non fa rumore. Ti lascia in un silenzio spaventoso che ti fa sentire ancora più sola. Cerco di darmi un contegno, non voglio che Rita si accorga del mio dolore.

“Ho un regalo per te…un regalo di Natale”

“Vittoria…io non posso volerti bene come me ne vuoi tu”.

Rita aveva capito tutto, l’aveva sempre saputo. Mi vergogno, avrei potuto avere Riccardo, così perfetto, se solo non lo avessi trascurato per stare con Rita. Avrei reso felice la mia famiglia, e adesso? Mi trovo a fare la figura della deficiente davanti a questa donna che non può ricambiarmi.

“Il mio regalo è disinteressato. Prendi quella busta che vedi sul tavolo, è tua”.

“Grazie Vittoria”.

Aprì la busta e ci trovò un contratto con la NewLife3000. Sorrise.

“Grazie”. Mi sembrò delusa, avrebbe preferito sicuramente ricevere direttamente quei soldi che avevo speso per farle quel regalo, era chiaro. Io però pensai che se c’era anche una remota possibilità di vivere per sempre lei la meritasse.

“Non ti piace”.

“Non mi convince. Ma il tuo gesto è la cosa che conta. Mi riempie il cuore”.

Non abbastanza, pensai. Ma mi limitai a sorridere, la abbracciai e, presa dalla delusione, la strinsi meno forte di quanto avrei voluto.

“Addio, Rita”.

“Arrivederci Vittoria. Forse ci vedremo in un altro mondo”. Mi fece l’occhiolino, sorrise, e andò via.

La solitudine era troppo difficile da sopportare. Chiamai Riccardo. Lui pendeva dalle mie labbra, o forse voleva i miei soldi, non lo so. Rita invece no, ora lo so per certo. Lei sapeva che io le morivo dietro ma non ne ha mai approfittato, non mi ha mai chiesto niente. Ed io, per questo, l’amavo ancora di più.

2157, USA

“Vittoria, vieni qui in cucina!”

Sono le quattro del mattino, cazzo. Questa pazza mi tratta come una serva tutto il giorno e non le passa nemmeno per l’anticamera del cervello che io possa essere stanca e che abbia bisogno di dormire. Ma non ho scelta.

“Arrivo signora Carla!”.

Infilo la vestaglia, scendo dal letto, ho ancora la vista offuscata dal sonno. La gamba destra mi formicola e risponde a malapena ai miei comandi. Di notte è sempre peggio. Il braccio in titanio invece riesco a usarlo abbastanza bene, per fortuna. La testa mi gira ma molto meno dei primi mesi. Quando ho cominciato a lavorare qui a malapena riuscivo a camminare senza perdere l’equilibrio, ma Carla non ha mai avuto pietà e mi ha sempre fatto lavorare come un mulo. D’altronde non è nemmeno colpa sua, qui i riattivati di prima generazione sono considerati poco più di animali. Mostri, esseri imperfetti che devono già ringraziare se hanno un tetto e un piatto caldo la sera. Ciondolo verso il bagno, poi mi dirigo in cucina. Carla ha la testa sul tavolo e si è scolata un’intera bottiglia di vino. Ci sono biglietti della lotteria sparsi sul tavolo e, a giudicare dall’umore della signora, non credo siano biglietti vincenti.

“Vieni qui, mi sento sola”

“Signora Carla, cosa sono questi biglietti?”

“Biglietti della speranza, Vittoria. Il primo premio è la vita eterna, ti rendi conto? Poter diventare creature divine come i miliardari.”

“Riattivati di seconda generazione. Non ne ho mai visto uno…”

“Certo, mica vivono in mezzo a noi comuni mortali! Molti si trasferiscono nelle colonie extraterrestri, dove gestiscono miniere o altri giri d’affari interplanetari. Vivono nel lusso, senza malattie, senza problemi. Se vinci il primo premio puoi trasferirti in una delle colonie…ma non vinco mai! Tu perché non giochi?”

“Io sono già una riattivata”

“Lo so bene, ma puoi fare l’upgrade. Nella tua condizione attuale non puoi neanche sperare di trovarti un uomo, nulla, nessuno ti vorrebbe mai. Per non parlare di un lavoro decente, di un posto nella società”

“Non ho soldi miei per potermi comprare i biglietti”

“Giusto. Voi riattivati non avete nulla. Ma non perdere la speranza. Dio è tangibile, esiste, è tra noi. Lui trova vie inaspettate per manifestarsi.”

Mi sta suggerendo di rubare? Non so in quale altro mondo potrei trovare i soldi. E comunque, non ci penso neanche. Morirò, va bene così, ci sono passate milioni di persone prima di me e non c’è nulla che io possa fare per eludere il mio destino.

“Signora, se non le dispiace io tornerei a letto”

“Va pure Vittoria. Ti piaceva il benessere eh? Startene a letto magari tutto il giorno”. Rise, era una risata cattiva. La gente nutriva sempre una specie di rabbia repressa verso chi aveva o aveva avuto più soldi di loro. Come se i soldi misurassero il valore umano. Ti disprezzano e ti invidiano se ne hai tanti, ti trattano come uno scarto della società se non ne hai. Me ne vado trascinando a fatica la gamba destra, domani mi aspetta una giornata di lavoro e fatica.

2018, Italia

Ero a letto, avevo appena fatto sesso con Riccardo. Piacevole, ma meccanico. Pensavo a come sarebbe stato con Rita. Mentre la mia immaginazione vagava senza meta, avvertii un improvviso senso di torpore alla parte destra del corpo. Aprii gli occhi, non riuscivo più a muovermi. Chiamai Riccardo credo. Pochi secondi dopo, non vidi più nulla. Stavo morendo.

2157, USA

Piove. Fa freddo, ma a Carla non importa, mi ha comunque mandata in giro a fare la spesa e a sbrigare delle commissioni per lei. Credo le piaccia avere qualcuno da comandare. Ha un lavoro che le fa schifo, sta tutto il giorno in ufficio a rispondere alle domande di clienti arrabbiati di una compagnia di scommesse. La gente si gioca tutto pur di poter aspirare alla vita eterna. L’azienda è di proprietà di un gruppo di religiosi che vogliono far credere alla gente di rendere un servizio all’umanità. Dicono di dare la speranza alle persone ma non fanno altro che ridurle in schiavitù.

Si gela davvero. La gamba destra risente della temperatura esterna ed è ancora più difficile per me avere un’andatura normale. Poi, all’improvviso, il fuoco. Un villino lussuoso davanti a me letteralmente in fiamme. Noto un bambino solo affacciato al balcone che grida aiuto. Non ci penso su neanche per un secondo, getto a terra le buste che ho in mano e decido di dare un senso alla mia seconda possibilità.

Non so come, ma porto in salvo il bambino. Poi la vista si annebbia, cado a terra, perdo i sensi.

2018, Italia

2 giugno 2018. Il giorno dei miei funerali. C’erano poche persone. Rita era una di quelle e non riusciva a smettere di piangere.

2157, USA

“Buongiorno Vittoria! Come si sente?”

“Male. Può darmi del tu”.

È normale. Ha riportato diverse ustioni su tutto il corpo, per fortuna non gravi. Lei è un’eroina, ha salvato la vita a un bambino di 9 anni!”

I ricordi cominciano a riaffiorare. Ricordo le fiamme, la corsa disperata verso una casa da cui tutti sembravano scappare.

“Dove mi trovo?”

“In una clinica privata. Riceverà tutte le cure necessarie, se ne occuperà personalmente lui, il padre del bimbo che ha tratto in salvo”.

Accanto al dottore c’era un bell’uomo sulla quarantina.

“Ora vi lascio soli, il signore vuole parlarle”

L’uomo si avvicinò al mio letto.

“Vittoria, non so come ringraziarti. Da ora in poi mi occuperò io di te. Sono molto ricco e ho deciso di regalare la vita eterna a te e, se lo vorrai, ad un’altra persona. Poi, se vorrai, potrai trasferirti in una delle colonie.”

“Rita. Rita Esposito. Riattivata di prima generazione, chieda informazioni alla NewLife3000. Se ha fatto la procedura, dovrebbe essere ancora viva…”.

“Me ne occuperò io. Tu riposati, devi essere stanca”.

 

EPILOGO

 

“Rita, mi senti?”

“Chi è, dove mi trovo?”

“Sono Vittoria. Sei in ospedale, in America. Sei stata ibernata, non so se ricordi il mio regalo…”

“Certo che ricordo… pensavo che non ti avrei più rivista”

Rita è calva, come tutti i riattivati di prima generazione. Ha due occhiaie spaventose, ma è ancora bellissima come la ricordavo. Deve essere morta giovane ma, per ora, non faccio domande.

“So che sei stanca e confusa, ma ho delle cose importanti da dirti. Ora ti trasferiremo in una clinica in cui riceverai tutte le cure necessarie per rimetterti in forma. Io e te non moriremo mai e non avremo mai problemi economici di nessun tipo. Farai la vita di una principessa”

“Credevo che questo non fosse possibile”

“Lo è invece”

“il Dio denaro può davvero tutto…”

“Non sono qui a dirti queste cose grazie ai soldi, se è questo che vuoi dire. Sono qui perché ho salvato la vita ad un bambino, poi ti racconterò tutto quando starai meglio.

“Ed io?”

“Anche tu, non sei qui a prenderti questa nuova opportunità perché io ho tanti soldi”

“E perché allora?”

“Perché io ti amo”.

Preghiera

Dietro ogni preghiera c’è spesso un desiderio. Mi trovo in ginocchio, sovrastata da una statua di Gesù in croce che sembra rivolta proprio a me, in ascolto. Non so bene quali pensieri affidargli, in realtà non ho una domanda precisa da rivolgergli, so solo che il mio cuore è pieno della voglia di dispiegare al meglio le mie potenzialità, di non sprecare i talenti che probabilmente proprio Lui ha scelto di darmi.

Il problema è che ho smarrito la strada, tra dolori recenti e ferite che vengono da un luogo più lontano nel tempo, ma sempre presente dentro di me. Ho perso l’orientamento in questo oceano di possibilità che è la vita, un mare così denso e pieno di promesse in cui è così eccitante navigare che mi viene voglia di rimandare continuamente il momento dell’approdo sulla terra ferma.

Mi trovo in ginocchio con Lui che mi guarda dall’alto, non gli sto chiedendo di mostrarmi un punto di arrivo, ma una tratta che valga la pena percorrere. E’ una preghiera forse inusuale la mia, indefinita e confusa, ma piena di passione.

Gli chiedo di darmi un segno, una semplice indicazione, una direzione in cui virare e lo ringrazio di avermi regalato, nel frattempo, una compagna di viaggio che mi aiuta a vederci più chiaro, soprattutto quando le acque si fanno scure e il cielo si riempie di stelle.

Non so neanche come mai sia venuta proprio qui, io che più che credere in Dio ci spero…ma si sa, la speranza è un motore più forte del vento che soffia sulle vele spiegate di una nave. Ed io navigo senza sosta affidandomi, per una volta, alla dolce consolazione di quest’uomo di cui raccontano che sia morto in croce anche per me.

Ma poi, questo genere, cos`è?

Di che genere è il mio amore per te

maschio di certo non è

femmina forse,

ma poi, questo genere, cos`è?

 

Scrivo storie con la cenere

di quest`amore degenere

che brucia e scioglie il mio cuore

liquido, rosso e caldo come la passione,

 

mi sfugge tra le dita, più tuo che mio, oramai non mi appartiene,

c’è chi dice sia sbagliato, che sia “peccato”,

eppure a farmi pena

è solo il loro fiato sprecato.

La nostra storia:

Pensavo al nostro primo bacio, quella sera a casa mia. Ero ingenua e forse talmente imbranata da perdere almeno 10 punti in sex appeal, ma ero una persona migliore, senza sovrastrutture. Le delusioni ancora non mi avevano resa perennemente incazzata e le tue labbra erano la cosa più bella che avessi mai desiderato.

Ti guardavo come un’idiota, volevo baciarti e toccarti e quella voglia così forte mi stampava uno sguardo ebete sul volto, quello che tu chiamavi “the in-love face”.

Eravamo innamorate e, lasciamelo dire, anche molto belle insieme. Giovani, abbronzate e spensierate, sembrava che l’estate fosse fatta apposta per fare da sfondo alla nostra storia.

Poi la routine, il vivere fasi della vita molto diverse e tanti altri piccoli, invisibili motivi hanno scombussolato quell’idillio troppo bello per essere vero.

Siamo sempre state diverse io e te, abbiamo sempre voluto cose diverse dai sentimenti. Per me l’amore era un’esplosione verso l’esterno, con fuochi d’artificio e botti rumorosi, mentre per te era più un’implosione, una detonazione dentro di te che ti sconquassava il cuore in silenzio senza che nessuno potesse vedere.

Sembrava che fossi tu la “stronza”, ed io mi sentivo frustrata e non amata come avrei voltuo, a modo mio. Poi “stronza” lo sono stata io e l’esplosione di gioia che provavo per te si è infranta contro il muro dell’incomprensione.

Ora ti ho persa, penso a quel nostro primo bacio e mi manchi, così come mi manca quell’estate e quel momento irripetibile della vita in cui ti senti spensierata, giovane e follemente innamorata.

L’amore della vita:

La sfiga è che l’amore della vita ti coglie spesso del tutto impreparata, arriva senza avvisare, magari quando sei troppo giovane per non sbagliare o quando la vita ancora non ti ha insegnato cosa conta davvero.

Spesso ti ritrovi così, inesperta e spaesata con una cosa troppo grande da gestire, con una meraviglia complicata, con un sentimento che ti fa sbattere la testa contro il muro dal desiderio, dalla gelosia, dalla voglia (o pretesa) di essere amata a modo tuo.

Ti fa correre avanti e indietro per un bacio o una carezza in più, ti fa litigare perché in fondo rosichi che tutta la sua bellezza non esista solo per te. Nel furore della sua potenza ti scompiglia i sensi e ti annebbia la mente tanto che, nel desiderio di afferrarlo, spesso si finisce col soffocarlo.

L’amore della vita è una cosa immensa da gestire e, spesso e volentieri, finisce per sfuggirci di mano. Poi la vita va avanti con i nuovi incontri, le nuove avventure, gli amori e le delusioni, per fortuna, ma senza mai dimenticare quella che sarà sempre la cosa più grande di tutte.

Abilità di Problem solving: Avere il ciclo in ufficio

Ce l’hai fatta, hai ottenuto il lavoro che avevi cercato con tanta fatica e per così tanto tempo. Per convincere i tuoi manager ad assumerti ti sei sottoposta a multipli colloqui, “assessment groups” e varie cose con nomi fighi in inglese che di solito includono esercizi di calcolo a caso su fogli excel che non userai mai e simulazioni di telefonate con improbabili clienti incazzati che hanno come unico obiettivo quello di farti venire un esaurimento nervoso.

Una volta superati tutti questi ostacoli, finalmente sei lì, a lavoro, e stai anche facendo la tua discreta figura nella nuova posizione.

Tutto procede per il meglio insomma, fino al giorno in cui le tua abilità di problem solving vengono davvero messe alla prova: il giorno in cui ti viene il primo ciclo nel nuovo ufficio. Di solito il primo ciclo nel nuovo ufficio si presenta la domenica sera, così da offrirti la full experience dal lunedì al venerdì di tutti i singoli stadi del ciclo mestruale, dai crampi del primo giorno ai mal di testa dell’ultimo passando per i laghi di sangue a tradimento del terzo.

Il completino smart-casual che avevi pensato di indossare secondo la moda business del momento va sostituito con qualsiasi completo che non preveda pantaloni strettissimi e dai colori chiari stile hipster ma che vada più sullo stile “casalinga-chic si reca al funerale del vicino”.

La scelta viene limitata al nero e al blu scuro, vengono anche scartate eventuali camicette bianche, non si sa mai, e pantaloni troppo stretti da evidenziare l’assorbente di ultima generazione che hai comprato per l’occasione. Sì, quello che promette di assorbire anche il ragù della nonna che cola dalla pentola se necessario.

Ad ogni modo, assorbente interno più assorbente esterno con ali e sei a prova di riunione di tre ore. Sempre finché non arriva il momento dello starnuto… Non so se il fenomeno sia stato mai scientificamente studiato, ma quando una donna starnutisce durante il ciclo automaticamente il flusso cambia d’intensità fino a far credere alla malcapitata di essere diventata una centrale idrica.  A quel punto, dopo aver cercato invano una posizione comoda che comprima il tutto con effetto tampone chirurgico, non hai altra scelta che scappare in bagno tentando di farti notare il meno possibile.

Non a caso, le donne con il ciclo sono sempre quelle che, durante le riunioni, si siedono il più vicino possibile alla porta.

Una volta raggiunto il bagno ti tiri giù i pantaloni, poi le mutande, il tampone viene espulso per forza centrifuga e lo acchiappi al volo prima che cada nel gabinetto, poi ti siedi sul water, finalmente, ma non prima di esserti tirata su la camicetta ed essertela ficcata tra i denti, non sia mai venga in contatto con il rito tribale di squartamento di capra che sta avvenendo al di sotto del tuo ventre.

Adesso, c’è solo da trovare il modo di prendere un pezzo di carta igienica senza sporcare tutto attorno a te e pregare che lo scarico funzioni. In caso contrario, le opzioni sono tre:

  • Svignartela senza farti notare da nessuno….ma poi, visto che ti hanno vista uscire scappando dalla riunione, verresti pubblicamente svergognata subito dopo.
  • Mandare un messaggio alla tua collega più simpatica e farla arrivare con un secchio da riempire d’acqua per poi gettarla nel water, che manco MacGyver
  • Licenziarti

Ecco, ora i miei colleghi che leggono il blog sapranno perché porto sempre il cellulare in bagno con me… E comunque, tutto questo per dire a voi, cari manager, che tutti quei test super elaborati sul “problem solving” che ci propinate prima di assumerci potrebbero tranquillamente essere risparmiati sia a voi che a noi…

Noi, il problem solving, ce l’abbiamo nel sangue.

Conciliare vita quotidiana e passioni:

A volte la vita quotidiana mi sembra ridursi allo sforzo di mantenere vive le mie passioni nonostante la routine.

E questo non solo adesso, ma fin da bambina, fin da quando da piccola la scuola, i compiti e il provare ad integrarmi tra i miei coetanei mi toglievano tutte le energie che avevo. Ricordo che arrivavo a casa sfinita e passavo quasi tutto il pomeriggio a dormire.

Soprattutto, come se non bastasse, stavo male perché pensavo di essere io il problema visto che gli altri ce la facevano ed io no.

Poi sono cresciuta, mi sono liberata neanche io so bene come di tutte le insicurezze che avevo da bambina e da pre-adolescente e sono diventata una ragazza addirittura “normale”, almeno agli occhi di tutti. Al liceo andavo bene e all’università ancora meglio, non ero più la bimba troppo magra e stanca che ero stata ma una ragazza sveglia e addirittura carina.

Mi ero guadagnata la normalità, e forse solo chi da ragazzina/o è stata/o vittima di bullismo e delle proprie insicurezze sa cosa significhi questa frase.

Adesso sono molto più sicura di me, ho una vita “normale”, ho un lavoro tranquillo che mi piace e mi permette di vivere con dignità. Eppure a volte, ho l’impressione di rischiare sempre di perdere le mie passioni, di schiacciarle sotto il peso della routine, del dover mantenere tutto intatto: amicizie, amori, carriera, forma fisica, tutto.

Adesso che, a differenza di quando ero piccola, io “ce la faccio” esattamente come gli altri e anche meglio di molti, continuo a sentire di non aver spazio ed energia per le cose che contano davvero, e il problema è che questa non è una società a misura d’uomo e ancor meno a misura di donna (ma questa è un’altra, lunga storia) e di come mi sento io in fondo non frega niente a nessuno.

La mattina mi sveglio alle 7, doccia, colazione velocissima, caffè e dritta a lavoro. Trascorro in ufficio 9 ore al giorno ed esaurisco lì le migliori energie della giornata. Torno a casa, provo a leggere ma sono stanca e non riesco a concentrarmi, dopo un po’cucino, mangio, lavo i piatti e la giornata è già finita.

Dormo da sola, e se l’amore non va come dovrebbe è forse anche in parte perchè le mie energie migliori le uso diversamente.

Vorrei scrivere di più, iscrivermi in palestra, chiedo a me stessa di più continuamente mentre il tempo mi scorre veloce sotto i piedi come un tapis roulant.

Sono felice, fortunata, per sentirmi viva mi basta una passeggiata il sabato vicino al mare. Ho un lavoro d’ufficio tutto sommato comodo, davvero non posso lamentarmi, semplicemente sento però che questa società ha qualcosa di sbagliato, qualcosa che non considera abbastanza chi siamo e chi vogliamo essere, ma che lavoro facciamo e quanti soldi abbiamo.

Per chi volesse approfondire la questione, allego un articolo molto interessante che ho letto pochi giorni fa e che mi ha fatto riflettere:

Non c’è tempo per l’amore: il capitalismo romantico

Buona lettura 🙂