Abilità di Problem solving: Avere il ciclo in ufficio

Ce l’hai fatta, hai ottenuto il lavoro che avevi cercato con tanta fatica e per così tanto tempo. Per convincere i tuoi manager ad assumerti ti sei sottoposta a multipli colloqui, “assessment groups” e varie cose con nomi fighi in inglese che di solito includono esercizi di calcolo a caso su fogli excel che non userai mai e simulazioni di telefonate con improbabili clienti incazzati che hanno come unico obiettivo quello di farti venire un esaurimento nervoso.

Una volta superati tutti questi ostacoli, finalmente sei lì, in ufficio, e stai anche facendo la tua discreta figura nella nuova posizione.

Tutto procede per il meglio insomma, fino al giorno in cui le tua abilità di problem solving vengono davvero messe alla prova: il giorno in cui ti viene il primo ciclo nel nuovo ufficio. Di solito il primo ciclo nel nuovo ufficio si presenta la domenica sera, così da offrirti la full experience dal lunedì al venerdì di tutti i singoli stadi del ciclo mestruale, dai crampi del primo giorno ai mal di testa dell’ultimo passando per i laghi di sangue a tradimento del terzo.

Il completino smart-casual che avevi pensato di indossare secondo la moda business del momento va sostituito con qualsiasi completo che non preveda pantaloni strettissimi e dai colori chiari stile hipster ma che vada più sullo stile “casalinga-chic si reca al funerale del vicino”.

La scelta viene limitata al nero e al blu scuro, vengono anche scartate eventuali camicette bianche, non si sa mai, e pantaloni troppo stretti da evidenziare l’assorbente di ultima generazione che hai comprato per l’occasione. Sì, quello che promette di assorbire anche il ragù della nonna che cola dalla pentola se necessario.

Ad ogni modo, assorbente interno più assorbente esterno con ali e sei a prova di riunione di tre ore. Sempre finché non arriva il momento dello starnuto… Non so se il fenomeno sia stato mai scientificamente studiato, ma quando una donna starnutisce durante il ciclo automaticamente il flusso cambia d’intensità fino a far credere alla malcapitata di essere diventata una centrale idrica.  A quel punto, dopo aver cercato invano una posizione comoda che comprima il tutto con effetto tampone chirurgico, non hai altra scelta che scappare in bagno tentando di farti notare il meno possibile.

Non a caso, le donne con il ciclo sono sempre quelle che, durante le riunioni, si siedono il più vicino possibile alla porta.

Una volta raggiunto il bagno ti tiri giù i pantaloni, poi le mutande, il tampone viene espulso per forza centrifuga e lo acchiappi al volo prima che cada nel gabinetto, poi ti siedi sul water, finalmente, ma non prima di esserti tirata su la camicetta ed essertela ficcata tra i denti, non sia mai venga in contatto con il rito tribale di squartamento di capra che sta avvenendo al di sotto del tuo ventre.

Adesso, c’è solo da trovare il modo di prendere un pezzo di carta igienica senza sporcare tutto attorno a te e pregare che lo scarico funzioni. In caso contrario, le opzioni sono tre:

  • Svignartela senza farti notare da nessuno….ma poi, visto che ti hanno vista uscire scappando dalla riunione, verresti pubblicamente svergognata subito dopo.
  • Mandare un messaggio alla tua collega più simpatica e farla arrivare con un secchio da riempire d’acqua per poi gettarla nel water, che manco MacGyver
  • Licenziarti

Ecco, ora i miei colleghi che leggono il blog sapranno perché porto sempre il cellulare in bagno con me… E comunque, tutto questo per dire a voi, cari manager, che tutti quei test super elaborati sul “problem solving” che ci propinate prima di assumerci potrebbero tranquillamente essere risparmiati sia a voi che a noi…

Noi, il problem solving, ce l’abbiamo nel sangue.

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Conciliare vita quotidiana e passioni:

A volte la vita quotidiana mi sembra ridursi allo sforzo di mantenere vive le mie passioni nonostante la routine.

E questo non solo adesso, ma fin da bambina, fin da quando da piccola la scuola, i compiti e il provare ad integrarmi tra i miei coetanei mi toglievano tutte le energie che avevo. Ricordo che arrivavo a casa sfinita e passavo quasi tutto il pomeriggio a dormire.

Soprattutto, come se non bastasse, stavo male perché pensavo di essere io il problema visto che gli altri ce la facevano ed io no.

Poi sono cresciuta, mi sono liberata neanche io so bene come di tutte le insicurezze che avevo da bambina e da pre-adolescente e sono diventata una ragazza addirittura “normale”, almeno agli occhi di tutti. Al liceo andavo bene e all’università ancora meglio, non ero più la bimba troppo magra e stanca che ero stata ma una ragazza sveglia e addirittura carina.

Mi ero guadagnata la normalità, e forse solo chi da ragazzina/o è stata/o vittima di bullismo e delle proprie insicurezze sa cosa significhi questa frase.

Adesso sono molto più sicura di me, ho una vita “normale”, ho un lavoro tranquillo che mi piace e mi permette di vivere con dignità. Eppure a volte, ho l’impressione di rischiare sempre di perdere le mie passioni, di schiacciarle sotto il peso della routine, del dover mantenere tutto intatto: amicizie, amori, carriera, forma fisica, tutto.

Adesso che, a differenza di quando ero piccola, io “ce la faccio” esattamente come gli altri e anche meglio di molti, continuo a sentire di non aver spazio ed energia per le cose che contano davvero, e il problema è che questa non è una società a misura d’uomo e ancor meno a misura di donna (ma questa è un’altra, lunga storia) e di come mi sento io in fondo non frega niente a nessuno.

La mattina mi sveglio alle 7, doccia, colazione velocissima, caffè e dritta a lavoro. Trascorro in ufficio 9 ore al giorno ed esaurisco lì le migliori energie della giornata. Torno a casa, provo a leggere ma sono stanca e non riesco a concentrarmi, dopo un po’cucino, mangio, lavo i piatti e la giornata è già finita.

Dormo da sola, e se l’amore non va come dovrebbe è forse anche in parte perchè le mie energie migliori le uso diversamente.

Vorrei scrivere di più, iscrivermi in palestra, chiedo a me stessa di più continuamente mentre il tempo mi scorre veloce sotto i piedi come un tapis roulant.

Sono felice, fortunata, per sentirmi viva mi basta una passeggiata il sabato vicino al mare. Ho un lavoro d’ufficio tutto sommato comodo, davvero non posso lamentarmi, semplicemente sento però che questa società ha qualcosa di sbagliato, qualcosa che non considera abbastanza chi siamo e chi vogliamo essere, ma che lavoro facciamo e quanti soldi abbiamo.

Per chi volesse approfondire la questione, allego un articolo molto interessante che ho letto pochi giorni fa e che mi ha fatto riflettere:

Non c’è tempo per l’amore: il capitalismo romantico

Buona lettura 🙂

Lettera di una donna sposata ad un uomo che le piace:

Non dovrei sentirmi così, non dovrei abbassare lo sguardo quando ti incontro, sentirmi imbarazzata…non so cosa mi stia succedendo. Semplicemente parlare con te mi fa sentire libera, chiacchierare con te è come nuotare a largo, senza freni.

Sento di poter dire qualsiasi cosa, di poter essere tutto quello che voglio sotto il tuo sguardo.

Sono chi desidero essere, me stessa forse, finalmente, e questa cosa mi fa tremare quando ti vedo, mi fa venire voglia di abbracciarti, di parlarti all’orecchio mentre le mie mani scoprono le tue braccia, la tua pelle, poi la schiena, prima sopra i vestiti, poi sotto….e mi togli il fiato, perchè ogni volta che ti vedo, ogni volta che parliamo immagino il nostro abbraccio, quello che ancora non c’è stato e che forse non ci sarà, quello in cui scopro per la prima volta la tua pelle, quello in cui inaspettatamente trovo le risposte che cercavo.

Mi sto innamorando di te anche se sto già con un altro uomo, se ho già un’altra vita, una vita troppo solida, una vita per cui ho combattuto troppo, che ho voluto troppo per lasciarmi andare a certi pensieri, per sperare di poter semplicemente sbattere la porta e andare via senza conseguenze per nuotare con te, a largo, in mezzo al mare.

Se le storie d’amore fossero regimi alimentari:

Se le storie d’amore fossero regimi alimentari, tra le tante, ci sarebbero quelle in cui si assumono tutti i nutrienti di cui si ha bisogno ma senza provare particolare piacere nel farlo. Quelle in cui si mangiano cibi ricchi di vitamine ma non particolarmente gustosi, in cui non si salta mai un pasto e non si ha mai fame ma non si mangia mai qualcosa di veramente buono. Si è appagati, ma mancano cose come il dessert preferito e le cenette al ristorante. Si è sazi ma non felici.

Poi ci sarebbero quelle completamente diverse, dove si mangia ogni giorno gelato al cioccolato, sushi o qualunque cosa buonissima che si possa immaginare, ma come unico pasto del giorno. Sul momento si gode tanto ma durante tutto il resto della giornata si soffre di crampi allo stomaco e mancanza di energia. Si sta bene per alcuni attimi, ma per la maggior parte del tempo si sta male al punto da non riuscire ad affrontare bene la giornata.

E poi ci sono quelle storie che se fossero regimi alimentari sarebbero molto vicine ad un’alimentazione salutare.  Un po’ come mangiare sano ogni giorno ma concedendosi uno sfizietto. Come le goccie di cioccolato nei fiocchi d’avena, per intenderci. Quelle storie che saziano e soddisfano ma che alla fine ci si gira sempre alla vista di qualcuno che passa con un gelato al cioccolato gigante.

Spesso si finisce per lasciare l’alimentazione sana nell’impeto della gioia di un gelato o di un dolce irresistibile. Il tutto per rimanere coi crampi allo stomaco per il resto della giornata.

In tutto ciò, quello che mi chiedo spesso senza aver ancora trovato una risposta è: “Si può mangiare sano tutti i giorni aggiungendo le gocce di cioccolato ai fiocchi d’avena e il gelato nel weekend?”

In fondo l’amore è una cosa semplice, basta trovarlo…

Desiderio

Gli occhi di D. sono dorati come la sabbia quando tocca il mare.

Hanno la freschezza di una novità che non ti aspetti, come quella sensazione che si fa strada  dentro di me mentre la guardo. Mi chiedo se anche lei mi desideri così, con la semplicità intuitiva del corpo che vuole soltanto sentire, toccare, baciare, senza chiedersi cosa verrà dopo.

Per il mio desiderio non c’è un momento giusto e sicuramente non ce n’è uno sbagliato, esiste solo quello che accade adesso, e adesso sento un liquido caldo scorrermi dentro per lei.

Mentre ascolto le mie sensazioni capisco che si è accorta che la sto guardando. Vorrei chiederle se le dispiace, se anche lei a volte mi guarda così, se anche a lei piacerebbe sentire la mia pelle sotto le dita.

E invece sto zitta e giro lo sguardo verso il mare. Ed è azzurro e fresco come l’idea che ho di lei.

La Scatola:

Le parole sono contenitori di cui a volte vorrei poter scavalcare le pareti.

Perchè vedi, “Amicizia” di certo non contiene i baci, le carezze, l’amore che vorrei fare con te adesso. Ma se ti chiamassi “Amore” ti metterei in una scatola che non ti appartiene, un po’ come provare ad infilare un quadrato in un contenitore a forma di stella.

Vorrei provare ad entrare nella scatola in cui ti trovi adesso semplicemente scavalcandola, come se fosse un muretto, e poi uscire allo stesso modo, senza rompere nulla…o forse per far entrare quei baci, quelle carezze e quell’amore che vorrei fare con te dovrei forzare la scatola dell’amicizia fino a deformarla o addirittura romperla?

Sai, le parole le abbiamo create noi, ma anche loro creano e modellano noi e i nostri comportamenti. E forse meglio così, perché ci tengono al sicuro. Ma se per una volta io volessi scavalcare le parole, non lasciare che marchino in maniera indelebile il confine tra il possibile e l’impossibile ma che piuttosto lo disegnino, lasciando spazio all’immaginazione, alle deviazioni, alle cancellature…Se per una volta volessi prenderti e portarti con me in una scatola diversa, potremmo stare un po’ insieme senza rompere nulla?

Un Abbraccio:

E poi, a fine giornata, si salutarono con un abbraccio.

All’inizio si abbracciarono come fanno a volte i bambini, per gioco, ridacchiando.

Poi si strinsero più forte, colmando i vuoti fra di loro fino a sentirsi interi dentro e fuori, pensando solamente a tutti quei momenti in cui, incrociandosi in ufficio e scambiandosi quelle tre parole di sfuggita, si erano sentiti curiosi l’uno dell’altro.

Dopo tutto, la curiosità è un sentimento forte, di quelli che possono tranquillamente bastare a giustificare un abbraccio pieno di domande senza parole.

Si staccarono piano, di nuovo ridacchiando, brindando con gli occhi alla loro piccola scoperta.