Qualche riflessione su cibo, amore e femminilità:

“Sei troppo secca” …non so quante volte mi sono sentita dire questa frase da piccola. La prima lezione sull’essere donna la si impara in famiglia molto presto, quando diventa chiaro quanto Il corpo femminile sia una questione che riguarda tutti i membri di una comunità.

Ricordo che al mio corpo veniva rivolta un’attenzione morbosa. “È secca”, mi sentivo dire continuamente alle spalle dai miei familiari. Nelle conversazioni tra i miei genitori e i miei nonni le osservazioni sul mio fisico di bambina ricorrevano più di quelle sulla politica e sugli argomenti di attualità e, di conseguenza, l’attenzione sulla quantità di cibo che riuscivo a ingerire era sempre accesa. Eh sì, il cibo ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia famiglia.

Il cibo era l’unità di misura dell’amore. Amore che evidentemente veniva misurato in base alla quantità più che alla qualità: bisognava mangiare tanto. La famiglia aveva il compito di darti quanto più cibo possibile per dimostrarti amore e tu bambina avevi il dovere di mangiare TUTTO per mostrare loro la dovuta gratitudine. A nessuno sfiorava mai il pensiero che riempirsi di cibo fino allo sfinimento, inclusi alimenti non sempre salutari, non fosse sinonimo di salute, anzi. Il mio essere “secca” diventava la prova schiacciante della mia ingratitudine. Se non mangiavo c’era qualcosa che non andava in me, una stranezza, un difetto inspiegabile. Un rifiuto a riempirsi d’amore.

Ancora oggi quando vado dai miei nonni loro mi mostrano il loro “bene” dandomi da mangiare il più possibile. Roba fritta, intingoli tutt’altro che leggeri, merendine confezionate, per loro queste cose “fanno bene”. Se mangi “ti fa bene”, a prescindere. E no, non è semplice ignoranza. È un modo di vivere, è la convinzione che i corpi della famiglia appartengano a tutti e vadano riempiti, vadano toccati, come quando i nipotini vengono riempiti di baci appiccicosi, come quando ai bimbi di casa si impongono abbracci e coccole da elargire ad amici e parenti.

Il corpo è affare di tutti e se si tratta del corpo di una donna, allora questo vale dieci volte tanto. Il corpo va riempito (quanto non lo decidi tu), osservato, va “monitorato”. Col senno del poi capisco quanto basterebbe questo a far comprendere fin da subito a una bambina che il suo corpo ha un potere che va tenuto sotto osservazione. All’epoca ero troppo piccola per esserne pienamente consapevole ma qualcosa la intuivo.

Il mio corpo destava preoccupazioni, ansie, era specchio di malessere o benessere interiore, parlava al mio posto e inquietava i miei genitori, nonni e compagnia bella più di un urlo o di un pianto.

Più crescevo e più cresceva questo potere oscuro.

Da piccola temevo il mio corpo perché non lo sentivo mio. Sentivo che la mia famiglia aveva potere decisionale su di esso e che avrebbe potuto esercitare questo potere in qualunque momento. Mi rifiutavo di spogliarmi davanti al medico perché non volevo che esibire il mio corpo mi fosse imposto. Da quando è diventata una decisione MIA, da donna adulta, ho abbandonato ogni pudore. Vivo il mio corpo con totale tranquillità e senza vergogna.

Quel corpo di bambina e, poi, di adolescente, era invece sempre “troppo” o “troppo poco”. Troppo magro prima, troppo poco sviluppato poi. Ero troppo piatta, non “diventavo signorina”, avevo troppi brufoli, ero troppo pallida. “Sembri sempre malata”, mi dicevano senza pensare che potesse non essere la cosa più delicata da dire a una ragazzina che sta cambiando, che sta diventando donna. Ma come poteva essere un problema, il mio corpo era affar loro e loro potevano tranquillamente parlarne. Era più loro che mio.

Fu per questo che, in un primo momento, nascosi ai miei genitori che mi erano venute (finalmente) le mestruazioni. Quel sangue era mio, quella novità era mia, volevo che quel corpo nuovo, fremente, vivo di donna fosse finalmente mio in via esclusiva. Me lo volevo godere, quel corpo non più “secco” e piatto ma addirittura desiderabile.

Di lì a poco cominciai a comprendere più a fondo quel potere a doppio taglio che il mio essere donna mi conferiva. Il mio corpo era sempre meno un affare di famiglia e sempre più un affare sociale. Veniva commentato, esaminato, desiderato o disprezzato con grande disinvoltura. Perché è quella la differenza. Del corpo di una donna se ne fa un affare di pubblico dominio con una grandissima disinvoltura. Se ne parla nel bene e nel male, con volgarità o con poesia, sempre sentendosene pienamente autorizzati. Ed è così che sei eternamente troppo magra, troppo grassa, troppo brutta o troppo bella, sempre sotto la lente, sempre detentrice di un potere a due lame che esercita su chi lo possiede e su chi lo subisce una forza immensa, uguale e contraria.