Libertà:

L’ho incontrata su un lembo di terra in cui le città si chiamano come in Africa, il cibo profuma come in Italia e le persone si chiamano come in America. Il mare invece è loro soltanto, di un colore che esiste solo su quelle rive, tra quella gente orgogliosa, riservata e incantatrice.

Quando la vidi per la prima volta pensai che solo quella terra infuocata poteva averla cresciuta. Fiera come una leonessa, con la pelle scottata dal sole e gli occhi neri come il Mediterraneo di notte, una sera d’estate mi fece sprofondare l’anima nello stomaco come un sasso dentro al mare.

La tenerezza di una donna che conosce tre lingue ma che non sa parlare d’amore, le liti, i nostri corpi che pur di amarsi hanno imparato a parlare al posto nostro.

La libertà è amarla senza chiedermi cosa verrà domani, perchè lei è come le onde del suo mare e non la puoi fermare.

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Ekho:

Tanto tempo fa, in un villaggio alle pendici di grandi rocce alte fino al cielo, il pianto di una neonata attirò l’attenzione di un vecchio monaco che passeggiava immerso nei suoi pensieri.

L’anziano, in un primo momento, non riuscì a capire da dove provenisse quel suono che rimbalzava tra le rocce, si tuffava nel fiumiciattolo e riemergeva da tutti gli interstizi tra le pietre. Fu un riflesso dorato ad aiutarlo nella sua ricerca. Dopo una vita di contemplazione e comunione con ogni parte viva o morta del luogo il vecchio aveva imparato a parlare la lingua dell’aria e della luce. E un bagliore che illuminava un azzurro incantevole come il cielo gli mostrò prima gli occhi e poi il corpicino infreddolito di quella bambina con le guance rosse di pianto che, senza saperlo, gli chiedeva aiuto. Il monaco la raccolse con timore reverenziale come se stesse reggendo il cuore sacro del mondo e la condusse nel monastero sulla roccia, più in alto delle nuvole, dove il tempo non si conta con il rigore dei numeri ma con la passione dell’attesa.

Per la prima volta in più di cento anni veniva infranta una regola fondamentale di quei luoghi. Un essere vivente di sesso femminile veniva ammesso tra le mura del monastero. Una condizione fu però stabilita all’unanimità dalla comunità di monaci: la bambina avrebbe dovuto lasciare quelle sacre mura al compimento dei dodici anni di età. Al termine della riunione, fu deciso che la piccola si sarebbe chiamata Ekho e che nessuno mai avrebbe dovuto sapere della sua esistenza all’infuori degli abitanti del monastero.

Tutti i monaci della comunità si impegnarono a crescere la bambina. Chi si occupava di darle da mangiare, chi di cucirle i vestiti e chi di educarla. Ekho cresceva sana, forte e curiosa e la sua infanzia gioiosa splendeva di luce propria illuminando le pareti spoglie e povere del convento. I monaci erano tutti uomini semplici e di grande spiritualità e il loro cuore non aveva dimenticato il linguaggio dei bambini. Ekho era serena tra di loro, giocava a rincorrere i monaci più giovani nel bosco, ad imparare i nomi delle foglie e degli alberi con quelli più anziani.

Nessuno conosceva la verità sulla provenienza di Ekho. Nessuno tranne Kostas, il più vecchio del villaggio che era l’unico tra i monaci ad avere il permesso di consultare la pietra sacra alle pendici della collina più alta. Il compito di leggere il monolite veniva tramandato da generazione in generazione. Alla morte del saggio della comunità, i monaci si riunivano ed eleggevano il suo successore e solo e soltanto lui aveva il permesso di leggere la pietra. Se qualcuno avesse infranto questa regola, l’intero villaggio sarebbe stato distrutto per sempre.

Kostas era un uomo buono e gli piangeva il cuore all’idea di dover un giorno separarsi da Ekho. Inoltre, a differenza degli altri, lui sapeva che c’erano possibilità piuttosto alte che la bambina sarebbe scomparsa molto prima del compimento dei dodici anni di età. Per questo Kostas faceva gran tesoro del tempo che trascorreva insieme alla piccola. La portava in giro ogni mattina a passeggiare, le insegnava i nomi delle piante e delle bacche, le raccontava favole di fate e creature fantastiche e la faceva volare più in alto delle montagne con la sua fantasia.

Ekho era felice, aveva la possibilità di esplorare luoghi meravigliosi ed era circondata dall’affetto della comunità intera.

Il suo preferito era Alexander, uno dei più giovani del gruppo, un ventenne dagli occhi verdi e la pelle scura che giocava sempre con lei a nascondino, acchiapparello, guardie e ladri ed altri fantastici giochi che le aveva insegnato.

Un giorno però il destino di Ekho si manifestò. Era il primo del mese e come al solito il saggio andò a consultare la pietra di buon’ora. Sulla pietra, che era in realtà un gigantesco schermo a cristalli liquidi vecchia maniera, comparvero spietate due frasi:

Preparati a salutare Ekho. Ha trovato una famiglia disposta ad adottarla nel mondo reale e sparirà tra dieci giorni.

Kostas sentì il rumore del suo cuore mentre si spezzava e si concesse di piangere non come un vecchio saggio, ma come un bambino. Sapeva che questo sarebbe potuto accadere. Sei anni prima la pietra gli aveva rivelato che di lì a pochi giorni un suo compagno avrebbe trovato una neonata tra le foglie. Nel mondo reale i bambini che nessuno vuole adottare vengono temporaneamente sedati e introdotti in un mondo di realtà virtuale che viene casualmente scelto da un simulatore di vita di ultima generazione. Questo perché qualcuno si occupi di insegnare loro a vivere prima che trovino una famiglia disposta a prendersi cura di loro nel mondo reale.

Quella era la prima volta che un neonato capitava nella loro oasi di pace, il mondo virtuale più antico di tutti e soprattutto uno dei pochi mondi permanenti, in cui si può scegliere di rimanere per sempre, fino alla morte fisica nel mondo reale. Il creatore del mondo in cui i monaci vivevano indisturbati era un arabo ricchissimo di nome Samir che, dopo un viaggio in Grecia, decise di ritirarsi in un’oasi di pace e di ricreare scenari oramai perduti. Da allora non erano mancati uomini disposti a pagare cifre stratosferiche per poter essere sedati e portati tra le rocce sospese. Uomini come lui, che era entrato nel mondo dei conventi volanti all’età di vent’anni e che ne sarebbe uscito soltanto scomparendo nel nulla, quando sarebbe arrivato il momento.

Quanto a Ekho, ovviamente Kostas non avrebbe potuto rivelare al resto della comunità quello che aveva letto. Solo alcuni avvisi infatti potevano essere diffusi e solo se esplicitamente dichiarato nel testo. I monaci avrebbero dunque visto Ekho sparire nel nulla senza una spiegazione e la avrebbero semplicemente creduta morta nel mondo reale. Quando una persona muore nel mondo reale infatti, semplicemente scompare da quello virtuale, senza neanche lasciare la consolazione di un corpo su cui piangere. Come avrebbe tollerato la morte di una bambina una comunità di soli uomini isolati dal mondo? Sarebbe stato un trauma collettivo difficile da cancellare.

Ad ogni modo Kostas dovette fare ritorno al villaggio, ricurvo sotto il peso di un cuore pieno di dolore e senza poter mostrare a nessuno la sua sofferenza. Quella mattina Alexander giocava con Ekho rincorrendola sulla riva del fiume e le risate dei due si sentivano fino alla cima del monastero più alto. Per la prima volta dopo tanti anni, dopo quel momento in cui decise di farsi sedare, Kostas si ricordò del flusso del tempo. E i dieci giorni passarono come si fosse trattato di soli dieci minuti.

Un giorno di pioggia, Alexander vide Ekho scomparire nel nulla mentre correvano lasciandosi lavare dal cielo. Il ragazzo si inginocchiò e gridò così forte che tutti i monaci accorsero. Non ci fu bisogno di spiegare nulla, si raccolsero tutti in cerchio e piansero come bambini.

Dall’altra parte dello specchio dell’esistenza, una bambina ancora mezza addormentata veniva consegnata in braccio ad una coppia di cinquantenni pieni d’amore da dare a quella piccola che le infermiere definivano molto sfortunata. Era nata con una grave malformazione ed era stata abbandonata poche ore dopo la nascita, ma la sua nuova famiglia sarebbe stata disposta a fare salti mortali per dare ad Ekho le migliori cure…

E chi sa, forse un giorno avrebbe corso di nuovo come Alexander le aveva insegnato in un mondo che non c’è.

Diana:

-Perché sei quì? Mio padre dice sempre che se non fosse per mia madre non mi ci farebbe venire.

-Capisco. Io sono quì perché ho bisogno di parlare….e tu?

-mia madre dice che ci devo venire, che mi fa bene.

-Capisco.

-Dici sempre “capisco”. A me comunque piace venire quì, Diana mi fa giocare e mi fa dire quello che voglio.

-Sì, anche io vengo quì perchè Diana mi fa dire quello che voglio, credo.

-Quanti anni hai?

-40, e tu?

-8…E ho capito, vieni qui perché anche tu hai la crisi dei 40 anni, come Zia Anna. Voi grandi avete sempre le crisi e poi sgridate noi. Dovreste andarci tutti da Diana, così almeno dite quello che volete e vi sfogate.

-Hai ragione, farebbe bene a tutti.

-Che lavoro fai?

-La segretaria. E tu da grande cosa vorresti fare?

-La psicologa, come Diana. Così posso sentire tutto quello i grandi vorrebbero dire ma non dicono.

La conversazione si concluse lì, per Roberta si era fatta ora di andare e il suo papà era lì fuori ad aspettarla. Claudia la salutò, molto probabilmente non l’avrebbe più rivista. Poi alzò lo sguardo e Diana era lì, sulla soglia del suo studio, ad aspettarla. E lei non vedeva l’ora di prendersi i prossimi 60 minuti per dire tutto quello che voleva.