La nostra storia:

Pensavo al nostro primo bacio, quella sera a casa mia. Ero ingenua e forse talmente imbranata da perdere almeno 10 punti in sex appeal, ma ero una persona migliore, senza sovrastrutture. Le delusioni ancora non mi avevano resa perennemente incazzata e le tue labbra erano la cosa più bella che avessi mai desiderato.

Ti guardavo come un’idiota, volevo baciarti e toccarti e quella voglia così forte mi stampava uno sguardo ebete sul volto, quello che tu chiamavi “the in-love face”.

Eravamo innamorate e, lasciamelo dire, anche molto belle insieme. Giovani, abbronzate e spensierate, sembrava che l’estate fosse fatta apposta per fare da sfondo alla nostra storia.

Poi la routine, il vivere fasi della vita molto diverse e tanti altri piccoli, invisibili motivi hanno scombussolato quell’idillio troppo bello per essere vero.

Siamo sempre state diverse io e te, abbiamo sempre voluto cose diverse dai sentimenti. Per me l’amore era un’esplosione verso l’esterno, con fuochi d’artificio e botti rumorosi, mentre per te era più un’implosione, una detonazione dentro di te che ti sconquassava il cuore in silenzio senza che nessuno potesse vedere.

Sembrava che fossi tu la “stronza”, ed io mi sentivo frustrata e non amata come avrei voltuo, a modo mio. Poi “stronza” lo sono stata io e l’esplosione di gioia che provavo per te si è infranta contro il muro dell’incomprensione.

Ora ti ho persa, penso a quel nostro primo bacio e mi manchi, così come mi manca quell’estate e quel momento irripetibile della vita in cui ti senti spensierata, giovane e follemente innamorata.

Abilità di Problem solving: Avere il ciclo in ufficio

Ce l’hai fatta, hai ottenuto il lavoro che avevi cercato con tanta fatica e per così tanto tempo. Per convincere i tuoi manager ad assumerti ti sei sottoposta a multipli colloqui, “assessment groups” e varie cose con nomi fighi in inglese che di solito includono esercizi di calcolo a caso su fogli excel che non userai mai e simulazioni di telefonate con improbabili clienti incazzati che hanno come unico obiettivo quello di farti venire un esaurimento nervoso.

Una volta superati tutti questi ostacoli, finalmente sei lì, a lavoro, e stai anche facendo la tua discreta figura nella nuova posizione.

Tutto procede per il meglio insomma, fino al giorno in cui le tua abilità di problem solving vengono davvero messe alla prova: il giorno in cui ti viene il primo ciclo nel nuovo ufficio. Di solito il primo ciclo nel nuovo ufficio si presenta la domenica sera, così da offrirti la full experience dal lunedì al venerdì di tutti i singoli stadi del ciclo mestruale, dai crampi del primo giorno ai mal di testa dell’ultimo passando per i laghi di sangue a tradimento del terzo.

Il completino smart-casual che avevi pensato di indossare secondo la moda business del momento va sostituito con qualsiasi completo che non preveda pantaloni strettissimi e dai colori chiari stile hipster ma che vada più sullo stile “casalinga-chic si reca al funerale del vicino”.

La scelta viene limitata al nero e al blu scuro, vengono anche scartate eventuali camicette bianche, non si sa mai, e pantaloni troppo stretti da evidenziare l’assorbente di ultima generazione che hai comprato per l’occasione. Sì, quello che promette di assorbire anche il ragù della nonna che cola dalla pentola se necessario.

Ad ogni modo, assorbente interno più assorbente esterno con ali e sei a prova di riunione di tre ore. Sempre finché non arriva il momento dello starnuto… Non so se il fenomeno sia stato mai scientificamente studiato, ma quando una donna starnutisce durante il ciclo automaticamente il flusso cambia d’intensità fino a far credere alla malcapitata di essere diventata una centrale idrica.  A quel punto, dopo aver cercato invano una posizione comoda che comprima il tutto con effetto tampone chirurgico, non hai altra scelta che scappare in bagno tentando di farti notare il meno possibile.

Non a caso, le donne con il ciclo sono sempre quelle che, durante le riunioni, si siedono il più vicino possibile alla porta.

Una volta raggiunto il bagno ti tiri giù i pantaloni, poi le mutande, il tampone viene espulso per forza centrifuga e lo acchiappi al volo prima che cada nel gabinetto, poi ti siedi sul water, finalmente, ma non prima di esserti tirata su la camicetta ed essertela ficcata tra i denti, non sia mai venga in contatto con il rito tribale di squartamento di capra che sta avvenendo al di sotto del tuo ventre.

Adesso, c’è solo da trovare il modo di prendere un pezzo di carta igienica senza sporcare tutto attorno a te e pregare che lo scarico funzioni. In caso contrario, le opzioni sono tre:

  • Svignartela senza farti notare da nessuno….ma poi, visto che ti hanno vista uscire scappando dalla riunione, verresti pubblicamente svergognata subito dopo.
  • Mandare un messaggio alla tua collega più simpatica e farla arrivare con un secchio da riempire d’acqua per poi gettarla nel water, che manco MacGyver
  • Licenziarti

Ecco, ora i miei colleghi che leggono il blog sapranno perché porto sempre il cellulare in bagno con me… E comunque, tutto questo per dire a voi, cari manager, che tutti quei test super elaborati sul “problem solving” che ci propinate prima di assumerci potrebbero tranquillamente essere risparmiati sia a voi che a noi…

Noi, il problem solving, ce l’abbiamo nel sangue.

Conciliare vita quotidiana e passioni:

A volte la vita quotidiana mi sembra ridursi allo sforzo di mantenere vive le mie passioni nonostante la routine.

E questo non solo adesso, ma fin da bambina, fin da quando da piccola la scuola, i compiti e il provare ad integrarmi tra i miei coetanei mi toglievano tutte le energie che avevo. Ricordo che arrivavo a casa sfinita e passavo quasi tutto il pomeriggio a dormire.

Soprattutto, come se non bastasse, stavo male perché pensavo di essere io il problema visto che gli altri ce la facevano ed io no.

Poi sono cresciuta, mi sono liberata neanche io so bene come di tutte le insicurezze che avevo da bambina e da pre-adolescente e sono diventata una ragazza addirittura “normale”, almeno agli occhi di tutti. Al liceo andavo bene e all’università ancora meglio, non ero più la bimba troppo magra e stanca che ero stata ma una ragazza sveglia e addirittura carina.

Mi ero guadagnata la normalità, e forse solo chi da ragazzina/o è stata/o vittima di bullismo e delle proprie insicurezze sa cosa significhi questa frase.

Adesso sono molto più sicura di me, ho una vita “normale”, ho un lavoro tranquillo che mi piace e mi permette di vivere con dignità. Eppure a volte, ho l’impressione di rischiare sempre di perdere le mie passioni, di schiacciarle sotto il peso della routine, del dover mantenere tutto intatto: amicizie, amori, carriera, forma fisica, tutto.

Adesso che, a differenza di quando ero piccola, io “ce la faccio” esattamente come gli altri e anche meglio di molti, continuo a sentire di non aver spazio ed energia per le cose che contano davvero, e il problema è che questa non è una società a misura d’uomo e ancor meno a misura di donna (ma questa è un’altra, lunga storia) e di come mi sento io in fondo non frega niente a nessuno.

La mattina mi sveglio alle 7, doccia, colazione velocissima, caffè e dritta a lavoro. Trascorro in ufficio 9 ore al giorno ed esaurisco lì le migliori energie della giornata. Torno a casa, provo a leggere ma sono stanca e non riesco a concentrarmi, dopo un po’cucino, mangio, lavo i piatti e la giornata è già finita.

Dormo da sola, e se l’amore non va come dovrebbe è forse anche in parte perchè le mie energie migliori le uso diversamente.

Vorrei scrivere di più, iscrivermi in palestra, chiedo a me stessa di più continuamente mentre il tempo mi scorre veloce sotto i piedi come un tapis roulant.

Sono felice, fortunata, per sentirmi viva mi basta una passeggiata il sabato vicino al mare. Ho un lavoro d’ufficio tutto sommato comodo, davvero non posso lamentarmi, semplicemente sento però che questa società ha qualcosa di sbagliato, qualcosa che non considera abbastanza chi siamo e chi vogliamo essere, ma che lavoro facciamo e quanti soldi abbiamo.

Per chi volesse approfondire la questione, allego un articolo molto interessante che ho letto pochi giorni fa e che mi ha fatto riflettere:

Non c’è tempo per l’amore: il capitalismo romantico

Buona lettura 🙂

Lettera di una donna sposata ad un uomo che le piace:

Non dovrei sentirmi così, non dovrei abbassare lo sguardo quando ti incontro, sentirmi imbarazzata…non so cosa mi stia succedendo. Semplicemente parlare con te mi fa sentire libera, chiacchierare con te è come nuotare a largo, senza freni.

Sento di poter dire qualsiasi cosa, di poter essere tutto quello che voglio sotto il tuo sguardo.

Sono chi desidero essere, me stessa forse, finalmente, e questa cosa mi fa tremare quando ti vedo, mi fa venire voglia di abbracciarti, di parlarti all’orecchio mentre le mie mani scoprono le tue braccia, la tua pelle, poi la schiena, prima sopra i vestiti, poi sotto….e mi togli il fiato, perchè ogni volta che ti vedo, ogni volta che parliamo immagino il nostro abbraccio, quello che ancora non c’è stato e che forse non ci sarà, quello in cui scopro per la prima volta la tua pelle, quello in cui inaspettatamente trovo le risposte che cercavo.

Mi sto innamorando di te anche se sto già con un altro uomo, se ho già un’altra vita, una vita troppo solida, una vita per cui ho combattuto troppo, che ho voluto troppo per lasciarmi andare a certi pensieri, per sperare di poter semplicemente sbattere la porta e andare via senza conseguenze per nuotare con te, a largo, in mezzo al mare.

Se le storie d’amore fossero regimi alimentari:

Se le storie d’amore fossero regimi alimentari, tra le tante, ci sarebbero quelle in cui si assumono tutti i nutrienti di cui si ha bisogno ma senza provare particolare piacere nel farlo. Quelle in cui si mangiano cibi ricchi di vitamine ma non particolarmente gustosi, in cui non si salta mai un pasto e non si ha mai fame ma non si mangia mai qualcosa di veramente buono. Si è appagati, ma mancano cose come il dessert preferito e le cenette al ristorante. Si è sazi ma non felici.

Poi ci sarebbero quelle completamente diverse, dove si mangia ogni giorno gelato al cioccolato, sushi o qualunque cosa buonissima che si possa immaginare, ma come unico pasto del giorno. Sul momento si gode tanto ma durante tutto il resto della giornata si soffre di crampi allo stomaco e mancanza di energia. Si sta bene per alcuni attimi, ma per la maggior parte del tempo si sta male al punto da non riuscire ad affrontare bene la giornata.

E poi ci sono quelle storie che se fossero regimi alimentari sarebbero molto vicine ad un’alimentazione salutare. Un po’ come mangiare sano ogni giorno ma concedendosi uno sfizietto. Come le gocce di cioccolato nei fiocchi d’avena, per intenderci. Quelle storie che saziano e soddisfano ma che alla fine ci si gira sempre alla vista di qualcuno che passa con un gelato al cioccolato gigante.

Spesso si finisce per lasciare l’alimentazione sana nell’impeto della gioia di un gelato o di un dolce irresistibile. Il tutto per rimanere coi crampi allo stomaco per il resto della giornata.

In tutto ciò, quello che mi chiedo spesso senza aver ancora trovato una risposta è: “Si può mangiare sano tutti i giorni aggiungendo le gocce di cioccolato ai fiocchi d’avena e il gelato nel weekend?”

In fondo l’amore è una cosa semplice, basta trovarlo…

Desiderio

Gli occhi di D. sono dorati come la sabbia quando tocca il mare.

Hanno la freschezza di una novità che non ti aspetti, come quella sensazione che si fa strada  dentro di me mentre la guardo. Mi chiedo se anche lei mi desideri così, con la semplicità intuitiva del corpo che vuole soltanto sentire, toccare, baciare, senza chiedersi cosa verrà dopo.

Per il mio desiderio non c’è un momento giusto e sicuramente non ce n’è uno sbagliato, esiste solo quello che accade adesso, e adesso sento un liquido caldo scorrermi dentro per lei.

Mentre ascolto le mie sensazioni capisco che si è accorta che la sto guardando. Vorrei chiederle se le dispiace, se anche lei a volte mi guarda così, se anche a lei piacerebbe sentire la mia pelle sotto le dita.

E invece sto zitta e giro lo sguardo verso il mare. Ed è azzurro e fresco come l’idea che ho di lei.

La Scatola:

Le parole sono contenitori di cui a volte vorrei poter scavalcare le pareti.

Perchè vedi, “Amicizia” di certo non contiene i baci, le carezze, l’amore che vorrei fare con te adesso. Ma se ti chiamassi “Amore” ti metterei in una scatola che non ti appartiene, un po’ come provare ad infilare un quadrato in un contenitore a forma di stella.

Vorrei provare ad entrare nella scatola in cui ti trovi adesso semplicemente scavalcandola, come se fosse un muretto, e poi uscire allo stesso modo, senza rompere nulla…o forse per far entrare quei baci, quelle carezze e quell’amore che vorrei fare con te dovrei forzare la scatola dell’amicizia fino a deformarla o addirittura romperla?

Sai, le parole le abbiamo create noi, ma anche loro creano e modellano noi e i nostri comportamenti. E forse meglio così, perché ci tengono al sicuro. Ma se per una volta io volessi scavalcare le parole, non lasciare che marchino in maniera indelebile il confine tra il possibile e l’impossibile ma che piuttosto lo disegnino, lasciando spazio all’immaginazione, alle deviazioni, alle cancellature…Se per una volta volessi prenderti e portarti con me in una scatola diversa, potremmo stare un po’ insieme senza rompere nulla?

Un Abbraccio:

E poi, a fine giornata, si salutarono con un abbraccio.

All’inizio si abbracciarono come fanno a volte i bambini, per gioco, ridacchiando.

Poi si strinsero più forte, colmando i vuoti fra di loro fino a sentirsi interi dentro e fuori, pensando solamente a tutti quei momenti in cui, incrociandosi in ufficio e scambiandosi quelle tre parole di sfuggita, si erano sentiti curiosi l’uno dell’altro.

Dopo tutto, la curiosità è un sentimento forte, di quelli che possono tranquillamente bastare a giustificare un abbraccio pieno di domande senza parole.

Si staccarono piano, di nuovo ridacchiando, brindando con gli occhi alla loro piccola scoperta.

Un Pensiero sulla Madonna Bianca e Azzurra:

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C’è una madonnina vestita di bianco e azzurro in una nicchia scavata nella pietra. Sorveglia i bagnanti in riva al mare e conserva i doni delle vecchie del paese accanto ai suoi piedini dorati.

Provo tenerezza, sia per i credenti che si abbandonano a lei con tanto fervore e speranza sia per me, che non ho mai conosciuto la consolazione della fede. Dicono che la fede sia un dono ed io, quel dono, non l’ho ricevuto mai. La fede, come l’amore, “succede” e a me, semplicemente, non è mai “successa”.

La gente passa, si ferma e sospira davanti a quella madonnina bianca e azzurra come il cielo che promette. C’è chi la guarda con occhi che non possono vedere, con una fede cieca, irrazionale, l’unica fede che venga quotidianamente premiata con la speranza del paradiso.

A volte guardo i credenti come si guarda una coppia di adolescenti innamorati, con un misto di invidia, tenerezza e consapevolezza “superiore” che molto probabilmente quello che a loro sembra l’amore di una vita non durerà più di un’estate.

Mentre mi dedico ai miei pensieri la regina di plastica resta lì, impassibile e indifferente nella sua nicchia di pietra, adorata dalle vecchie e ignorata dai ragazzini che giocano sulla sabbia.

Lei ci guarda tutti allo stesso modo, giovani, vecchi, atei, credenti, buoni e cattivi: ci aspetta al sorgere dell’alba di quel giorno a cui tutti prima o poi arriveremo e che ci renderà, per una volta, tutti uguali.

E il suo sguardo pacato che si posa indistintamente su tutti mi scuote e mi rivela un mistero sacro e profondo.

Stella:

C’era una volta una famiglia che viveva in un paesino del Sud, vicino al mare, in una casa con le pareti bianche e il tetto rosso come nelle favole.

Il papà vendeva frutta e verdura al mercatino del paese, la mamma aveva una piccola merceria ereditata da suo padre e le due figlie gemelle di 8 anni vivevano un’infanzia spensierata fatta di sole, mare e giochi all’aperto.

La bellezza, intesa come caratteristica fisica, non sfiorava quella famiglia da generazioni e generazioni ma questo non era mai stato un problema per nessuno.

Quando scendevano tutti insieme a mare carichi di borsoni, sdraio e ombrellone a fiorellini sembravano dei giganti. Non erano affatto “grassi” ma pesanti, camminavano ricurvi come se stessero perennemente trasportando un pesante carico ed erano tutt’altro che aggraziati.

Le due bambine, bianche come la neve e con una peluria sotto al naso simile a quella dei maschi pre-adolescenti, appena arrivate in spiaggia si toglievano di fretta i vestiti per poi tuffarsi in acqua al grido di “Bombaaaaa”.

Erano felici e spensierati, avevano bisogno di poco e con poco si sentivano ricchi. Il papà era un uomo buono e paziente e si divertiva a costruire castelli di sabbia con tunnel sotterranei pieni d’acqua per le sue bambine. La mamma poi aggiungeva nastrini e decorazioni a quei castelli che, con un pizzico di fantasia, sembravano racchiudere storie di mondi lontani.

Un bel giorno però, un evento inatteso cambiò per sempre il corso tranquillo dell’allegra famiglia: dopo otto anni, un’altra bambina era in attesa di venire al mondo.

I mesi di gravidanza passarono veloci e tranquilli, la mamma si sentiva ricoperta di attenzioni e di affetto ancor più del solito e tutti attendevano la nuova arrivata come si attende un miracolo. La bimba nacque un giorno di primavera in poco più di due ore, senza dare dolore a sua madre, che invece aveva dato alla luce le gemelline con tanta sofferenza.

La chiamarono Stella perché aveva due occhi verdi luminosissimi che la facevano sembrare una creatura del cielo. Era bellissima, di una bellezza esotica che non si era mai vista prima né in quella famiglia né in nessun’altro luogo del piccolo villaggio. In paese si sparse immediatamente la voce della bellezza della nuova nata e tutti accorsero a vedere quel piccolo miracolo con i propri occhi.

Stella dormiva molto e si lamentava poco ed era così tranquilla che i genitori quasi se ne preoccupavano. Era una bambina silenziosa e passò i primissimi anni della sua vita immersa nell’amore di tutti e circondata dalla bellezza del paesaggio della sua terra.

Stella crebbe taciturna e riservata, a scuola non brillava, si impegnava tanto per raggiungere appena la sufficienza e se ne stava tutto il giorno tranquilla al suo posto. Nonostante lei facesse di tutto per non farsi notare, la sua bellezza inusuale era continuo oggetto di attenzioni e curiosità. Le sorelle la sfoggiavano come un prolungamento di loro stesse, come se anche loro potessero beneficiare di riflesso della sua bellezza e Stella le lasciava fare in silenzio.

Più cresceva e più si chiudeva in se stessa. Era bravissima a disegnare, un talento che fu presto notato in paese, tanto che cominiciarono a vendere delle sue piccole opere presso una bottega vicino al carretto di suo padre. Stella disegnava per ore, in silenzio, non aveva molti amici nonostante i genitori e le sorelle la spingessero a socializzare e a stare in mezzo agli altri. Stella aveva un mondo interiore complesso ed articolato e mettersi in ascolto con quell’universo dentro di sé toglieva spazio a tutto il resto. Inoltre, le continue attenzioni della gente le incutevano una certa ansia.

C’era un ragazzino però, il figlio del pescatore, che non faceva altro che guardarla mentre lei dipigeva sulla spiaggia, e a Stella quel tipo di attenzione non dava fastidio, forse perché era un tipo di attenzione che poteva capire, di quel tipo che lei riservava ai paesaggi e alle creature che disegnava.

Un giorno il ragazzino si fece coraggio, si avvicinò a lei e le regalò un fiorellino azzurro che aveva colto in cima alla collina. Stella, che non aveva mai imparato a rapportarsi alla gente, lo guardò e lo distrusse chiudendolo nel suo pugno e facendo scoppiare in lacrime il suo ammiratore.

Il giorno dopo fu lei ad avvicinare il piccolo pescatore e a regalargli un bellissimo disegno del fiorellino che aveva ricevuto il giorno prima.

-L’ho rotto perchè oramai lo ricordavo bene e potevo disegnarlo.

Lui le sorrise, per lei le cose, tutte le cose, esistevano per essere raffigurate, quasi come se non avessero senso per lei se non una volta messe su carta.

Si instaurò un’amicizia speciale tra lei ed il piccolo pescatore, che non era di molte parole ma conosceva bene in linguaggio della bellezza, proprio come lei. Passavano le ore a guardare il mare, lei a disegnare e lui a raccontarle di cose come l’odore delle onde e i riflessi del sole sull’acqua.

Un giorno di maggio però, un misterioso evento sconvolse il piccolo villaggio. Un pomeriggio come tutti gli altri Stella non si recò in spiaggia a dipingere e a chiacchierare col piccolo pescatore. La cercarono tutti in lungo e in largo ma non ci fu nulla da fare.

Sparita nel nulla, senza lasciar traccia, svanita nel suo amato silenzio.

L’ultimo foglio del suo quaderno di disegni raffigurava una stella azzurra che sovrastava un mare dorato al posto del sole. Il cielo ed il mare erano lo sfondo di quei suoi pensieri senza voce e della sua amicizia con il piccolo pescatore, che era profonda e tenera come il mare d’estate.

Nessuno parlò più di Stella, il dolore per la sua perdita era troppo forte e ammutolì per sempre sia i suoi genitori che gli altri abitanti del villaggio.

Solo il piccolo pescatore continuò a tenere viva la memoria della sua Stella raccontando la sua storia ai bambini del villaggio per tutto il resto della sua vita, e fu così che la storia di Stella divenne una favola popolare dai contorni mitologici.

In pochi anni, ci fu sempre nel villaggio chi giurava di vedere una stella azzurra in cielo il primo maggio di ogni anno, o chi raccontava di aver sognato una bambina con gli occhi verdi e la pelle abbronzata che portava notizie dall’aldilà. Notizie di cari defunti, previsioni di un futuro migliore e sogni tranquilli.

Stella era il miracolo del primo incontro con la bellezza, del primo amore di un ragazzino che amava il mare, era l’incontro di un’intera comunità con uno splendore inspiegabile. Stella era la bellezza del silenzio che si esprime attraverso l’arte, attraverso i disegni sorprendenti di una bambina che guardava il mare con gli occhi dell’amore.

Nessuno sa ad oggi se Stella sia mai davvero esistita, eppure lasciarsi trascinare dalla sua storia leggendaria è quasi un riflesso naturale per un popolo che ogni giorno si riempie gli occhi dell’azzurro del mare e della sua bellezza senza parole.