Sarà così che ci si sente quando si prova ad amare dopo che qualcuno ti ha spezzato il cuore:

Claudio incontrò Sabrina nel giorno più freddo dell’inverno di tre anni fa. Erano ad una festa piuttosto noiosa, lei indossava un pullover verde come i suoi occhi e profumava di fresco. Lui non era nel suo momento migliore, era dimagrito ed erano quasi un paio di mesi che la notte non riusciva a prendere sonno facilmente.

Il soggiorno era in penombra. Mancava la corrente da un paio d’ore e il gioco di luci che le fiamme delle candele creavano sui capelli rossi di Sabrina sembrò svegliare Claudio dal torpore in cui era sprofondato da quando si era lasciato con Marisa, l’amore della sua vita, pochi mesi prima. Marisa era più grande di lui di dieci anni, non era bellissima ma aveva una faccia da schiaffi che aveva fatto sussultare Claudio fin dal primo giorno, quel giorno di quattro anni prima in cui lei era strafatta di chi sa quale pasticca della felicità e aveva quello sguardo sicuro e spavaldo che agganciò il suo cuore di bravo ragazzo. Marisa riconobbe subito il valore di Claudio, la sua bellezza e la sua intelligenza ingenua ma brillante. Riconobbe anche le fragilità del ragazzino che era stato anni prima, pieno di brufoli ed insicurezze e figlio di un padre buono ma duro del quale non si era mai sentito all’altezza.

Ci volle un attimo per lei che ne aveva viste tante per capire come legare Claudio a sé. Fare la parte della donna forte che “non deve chiedere mai” per far presa sul ragazzino timido delle medie che lui era stato non troppo tempo prima. Centellinare i complimenti, mostrargli una sicurezza che in realtà era la maschera di un’insicurezza acida che l’avrebbe probabilmente lasciata sola, come le diceva sempre sua madre senza alcun tatto. Fragile anche lei, a modo suo, ma mai davanti a lui, il bambino che non aveva visto nulla della vita vera al contrario di lei, che gli teneva lo stomaco stretto nel pugno in un’ostentazione di forza che altro non era che terrore di perderlo e di trovarsi con se stessa, di nuovo, come sempre.

Era stata una storia bella e brutta, forse più bella che brutta ma più dolorosa che dolce. Una storia che era finita per volontà di lei, lei che si era lasciata divorare da se stessa ancora una volta mangiandosi tutto il suo amore. Non era cattiva, anzi, era così scalfita da unghie invisibili dentro di sé che il suo cuore era sensibile a tal punto da conoscere i desideri degli altri. Spesso quei desideri li esaudiva, così come aveva esaudito, fino all’ultimo, la preghiera silenziosa di Claudio di rendere la sua vita interessante e di fargli battere il cuore. Fino a quando, quel giorno, se ne andò dicendo che si sarebbe sentita meglio da sola.

Neanche quando si sentì ferito lui la odiò. Si arrabbiò molto perché si sentì abbandonato senza una spiegazione. Eppure lei un motivo chiaro e tondo gliel’aveva dato, è che lui era così, non capiva che potevano esserci delle ragioni a prescindere dall’amore. E chi sa, forse aveva anche ragione.

Mentre si perdeva nei pensieri su Marisa e osservava impotente la rabbia montargli dentro e poi ritirarsi, come il mare sulla sabbia, Sabrina gli fece notare che gli erano appena scivolate delle chiavi dalla tasca. Come aveva fatto a non accorgersi del rumore del metallo sul pavimento? Pochi istanti dopo lei gli offrì un piatto con una salsiccia e delle alette di pollo.

“Non hai mangiato ancora niente, sbrigati o non rimarrà più nulla”.

Mentre lei gli porgeva il piatto lui non potè fare a meno di notare il colore degli occhi di lei, un verde intenso come di una pittura acrilica ancora fresca con all’interno piccole scheggie d’argento. Immaginò di ritrovarsi quegli occhi davanti a sé la domenica mattina, al risveglio, e si disse che quella era un’occasione da non lasciarsi sfuggire, nonostante il cuore spezzato, il dolore in mezzo allo stomaco che più che un principio di ulcera, come il medico gli aveva detto, era il buco scavato dall’acido di un amore non più corrisposto.

Claudio cercava alla velocità della luce un argomento o un atteggiamento che potesse catturare l’attenzione di quella bella ragazza che aveva davanti. Pensò alla sua ex da cui era affascinato e soggiogato e della quale sarebbe stato facile imitare gli atteggiamenti per suscitare in un’altra persona quei sentimenti ebeti che lui provava per lei. E subito Sabrina senza saperlo si trovò proiettata in un gioco mentale che era in parte una rivincita ingiusta su qualcun’altro che non c’entrava assolutamente nulla e in parte l’opportunità di provare certe emozioni di nuovo, nel momento più inaspettato.

Claudio le chiese un altro piatto di salsicce senza dire “per favore”, provando goffamente e senza successo ad emulare Marisa quando gli chiedeva favori come se le fossero dovuti e lui veniva colto dall’ansia palpitante di farla felice. Sabrina lo guardò sorpresa e paradossalmente un po’divertita. Neanche l’ombra della reazione che Claudio si era aspettato. Gli porse un altro piatto come se niente fosse e riprese a parlare con la naturalezza di chi sa di essere bella. Una naturalezza che a Marisa mancava ma che veniva costantemente compensata da un fascino profondo come un buco nero. Sabrina parlò di viaggi, di esperienze di vita, di libri e trascinò Claudio in una conversazione rilassata che gli diede un senso di pace che non provava da tempo. Per una sera si dimenticò del bruciore allo stomaco, delle ferite aperte dentro di sé e di dover dimostrare a tutti di essere all’altezza di un qualcosa che neanche lui sapeva cosa fosse.

Quando Sabrina lasciò la festa non le chiese il numero di telefono. Non voleva che lei capisse che il verde dei suoi occhi era bastato a fargli sognare ad occhi aperti scene di mattine domenicali sotto lenzuola profumate.

Fu lei a contattarlo, giorni dopo. Fu lei ancora una volta. Forse aveva colto il suo disagio dal modo in cui aveva distrattamente menzionato la sua ex. Forse aveva capito tutto, forse sapeva che se lei non gli avesse teso una mano lui sarebbe rimasto in quell’abisso per chi sa quanto altro tempo.

La prima volta che fecero l’amore lui aveva il cuore che gli balzava quasi fuori dal petto. Non disse assolutamente nulla per tutto il tempo, non voleva che lei si accorgesse delle sue emozioni ma non voleva neanche rovinare quegli attimi che avrebbe ricordato per sempre. Lei era bella, forse la ragazza più bella con cui lui fosse mai stato, pensò mentre lei si divincolava dal vestito blu che le disegnava i fianchi senza lasciar molto spazio alla fantasia.

La sua pelle era inodore paragonata a quella di Marisa, sempre intrisa di mille avventure. Eppure era fresca, di una freschezza nuova e liscia che gli aprì un mondo sommerso di aspettative.

Quasi trattenne il respiro quando sentì il corpo di Sabrina muoversi su di lui come fosse un drappo di seta. Lei a letto era sicura, forte, indossava il suo corpo con fierezza perchè era la sua arma. La bellezza che sapeva di possedere, che sicuramente aveva suscitato non pochi turbamenti in chi sa quanti uomini. E poi quegli occhi verdi e buoni che, pensò lui, non capivano niente. Non capivano niente del guaio in cui stavano per cacciarsi innamorandosi di un uomo a cui un’altra donna aveva lasciato un solco nel cuore.

Quella notte fecero l’amore fino al mattino e poi crollarono dal sonno uniti in un abbraccio stretto. Lui pensò di non essere mai stato intrecciato ad una donna in quel modo dopo l’amore, neanche con Marisa, che sembrava al contrario avvolgersi su se stessa, all’interno dei suoi spazi vuoti.

Quando lui si risvegliò Sabrina dormiva ancora e respirava piano e regolarmente, persa in chi sa quale universo di sogni.  Lui sentì il cuore fargli male come quando una parte del corpo addormentata si risveglia. Uno di quei dolori che non puoi evitare, che non puoi scegliere di placare. Se vuoi che ti si risvegli il cuore, devi aspettare che finisca di far male da solo mentre si scuote dal torpore.

“Sarà così che ci si sente quando si prova ad amare dopo che qualcuno ti ha spezzato il cuore”, pensò.

Si rassegnò al dolore e dopo poco si riaddormentò.

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